domenica 25 ottobre 2020

La vita straordinaria di David Copperfield

Armando Iannucci

Non l'aspetto più importante, ma quello che balza subito all'occhio nell'ambizioso La vita straordinaria di David Copperfield di Armando Iannucci è il radicalismo nell'applicazione del principio del color-conscious casting (che, orwellianamente, significa il suo esatto contrario). Ecco una buona occasione per riflettere sui tre tipi (in grado ascendente) di tensione sulla credibilità della messa in scena che questo casting comporta.

Il primo tipo in effetti non comporta tensione, o minima, perché il problema è risolto attraverso la diegetizzazione – ovvero, si dà una giustificazione narrativa. Nel film, è il caso di Ham, il cfidanzato di Emily, che è nero. Ma già nel testo di Dickens Ham è figlio di un marinaio annegato ed è stato adottato da Mr. Peggotty; nulla impedisce di pensare che il padre fosse nero. E', ancora, il caso di Mr. Wickfield, che qui è interpretato da un attore orientale (Benedict Wong, nato in Inghilterra da genitori hongkonghesi). Siccome, alla prima apparizione, nel dialogo il film gli fa menzionare Singapore, possiamo pensare che provenga dall'Oriente e si sia trasferito in Inghilterra (per sua figlia Agnes la questione è diversa, e infatti ne parleremo dopo). In verità, rimane una leggerissima tensione della plausibilità sul piano sociale: tanto i poveri Peggotty, per progettare un matrimonio fra Ham ed Emily, quanto la ricca Betsey Trotwood, per avere rapporti così amichevoli coi Wickfield, devono dar prova di un antirazzismo lodevole ma decisamente avanti sui tempi rispetto all'epoca vittoriana. Basta vedere un episodio di Downton Abbey, che pure si svolge quasi un secolo dopo, per rendersene conto. Tuttavia la logica interna è salva e nessuno si fa male.
Quando questa leggera contraddizione sociale viene amplificata arriviamo al secondo tipo di tensione, che riguarda la messa in scena storica. La Londra del film è popolata di persone di colore in ruoli sociali alti che, semplicemente, non sono credibili per l'epoca: si va dai numerosi colleghi neri di David nella scuola privata all'impiegato dell'avvocato Spenlow che gli dà ordini in ufficio per culminare nella dama della buona società, sprezzante di chi è socialmente inferiore, la signora Steerforth, che è di colore, l'attrice nigeriana Nikki Amuka-Bird.
A questo punto è già chiaro che questo David Copperfield non mette in scena la Londra di Dickens né alcuna Londra storica anteriore al tardo Novecento. Tuttavia, possiamo vederlo come un paesaggio storico d'invenzione: una ucronia. Non si capisce allora perché tanto impegno sul piano dei costumi, o per restituire certi tocchi sociali realistici dell'epoca come i poveri che dormono nelle strade; ma tutto ciò comunque, pur incrinando il “panorama dickensiano”, non sposta il film sul piano dell'assurdo.
Il terzo tipo, invece, è distruttivo, perché il casting investe la costruzione materiale del mondo (come se in un film non fantastico vedessimo un uomo volare): nello specifico, la genetica e le leggi dell'ereditarietà. Nel film il personaggio di Steerforth (il gallese Aneurin Barnard) è di pelle bianca; sua madre (con la cicatrice sul labbro che nel romanzo è attribuita alla cugina) è nera, la già citata attrice nigeriana. Qui più che che color-conscious casting si applica l'espressione (esistente e non è equivalente) color-blind casting; come risultato, la tensione con la realtà è talmente forte da lacerare il tessuto del film. Ci si chiede perché il film non avesse presentato uno Steerforth nero, tagliando alla radice la contraddizione. Perché è un personaggio sgradevole? Ma sua madre lo è di più.
La stessa cosa vale per i due Wickfield, con l'orientale Wong che ha una figlia, Agnes, non orientale ma nera (Rosalind Eleazar). Naturalmente la questione investe lo stesso David, che è l'attore indiano Dev Patel, forse con tanta più evidenza quando è bambino (il piccolo Jairaj Varsani). Potremmo pensare che il defunto marito della signora Copperfield fosse indiano, e così ricadremmo nell'innocuo livello uno? Il guaio è che era il fratello di Betsey Trotwood, e Tilda Swinton indiana non è di sicuro; si torna al livello tre.
Ovviamente un regista ha sempre il diritto di dire: vogliamo essere virtuosi e al diavolo la coerenza della messa in scena. In teatro, in virtù del suo carattere più astratto, simili contraddizioni quasi non si notano. Ma nel cinema (al di fuori di film d'arte come il Caravaggio di Derek Jarman) questo giacobinismo del casting produce un gigantesco passo indietro rispetto agli albori stessi del film narrativo, e parliamo di Méliès, Alice Guy, la Scuola di Brighton... Insieme ai piselli di Mendel si perde il concetto di coerenza della messa in scena. E' come se un giorno si cominciassero a inquadrare nei film anche le macchine da presa e i riflettori: non è illegale, tutto si può fare – ma speriamo che non si faccia.

Detto tutto ciò, com'è il film a prescindere da questo aspetto? Per quanto mi riguarda, la domanda si può anche formulare così: cosa resta del film?
Iannucci, già autore dell'eccellente Morto Stalin, se ne fa un altro, approccia il romanzo di Dickens – così tante volte già portato sullo schermo – sottolineandone le possibilità nel campo della commedia e del grottesco. In questo è ben servito da Dev Patel, il quale a una carica di simpatia umana unisce un'irrefrenabile energia che ha qualcosa degli eroi del cinema muto. Si direbbe connessa a tale aspetto di comedy l'esagerazione della figura di Dora; questa donna-bambina, in cui Dickens fa la parodia di una certa concezione vittoriana, nel film diventa una macchietta di stupidità. Le scelte di Iannucci sono sicuramente rispettabili, anche se rimane il sospetto che tolgano profondità e contribuiscano all'astrattezza del film, che non si imprime nella memoria come ci aspetteremmo da una versione dickensiana.
Forse ciò si può mettere in rapporto con la qualità corretta ma non esaltante di molte interpretazioni – il che arriva come una brutta sorpresa, se consideriamo che si parla di gente del calibro di Tilda Swinton. Accanto al protagonista Dev Patel, il migliore in campo è Hugh Laurie, che dà una bellissima interpretazione di Mr. Dick. E' accettabile ma un po' incerto il Micawber di Peter Capaldi (vero che non tutti possono essere W.C. Fields); mentre tratteggiando Uriah Heep Ben Whishaw ha il vantaggio di dover solo seguire le istruzioni di Dickens per una parte “già sceneggiata” (non aveva torto Ejzenštejn a considerare Dickens il padre del cinema). Se è del tutto insoddisfacente Darren Boyd, il Murdstone più fiacco nella storia delle versioni dickensiane, gli fa da contraltare l'ottima Gwendoline Christie nel ruolo di sua sorella Jane, con un sorriso fisso e inquietante da vera incarnazione della malignità.
Nel film, che è sorretto da un buon lavoro immaginoso sulla scenografia e i costumi, in generale sembra di poter dire che più scende il livello d'importanza dei personaggi, più vivaci diventano i visi. Come Polanski, pensiamo a Per favore, non mordermi sul collo, o come Mel Brooks, pensiamo a Il mistero delle 12 sedie, Iannucci è eccellente nel bozzetto visivo. Certe apparizioni (per esempio la moglie di Micawber) potrebbero essere uscite dalle illustrazioni di Phiz.

L'aspetto più importante del David Copperfield di Iannucci, sul quale riposa la sua aspirazione all'originalità, è la centralità dell'aspetto metanarrativo. Ovvero, la narrazione mette apertamente in scena se stessa. Il film si apre e si chiude su un palco sul quale David, divenuto uno scrittore, legge il proprio romanzo autobiografico (ai suoi protagonisti!). Di più, si crea lungo tutto il film un corto circuito fra l'autore e se stesso come personaggio: il David scrittore invade materialmente il proprio racconto, assiste anche alla propria nascita (e viene visto in soggettiva da se stesso neonato). In pratica David Copperfield “si scrive”.
Di qui qui alcune soluzioni narrative audaci: per fare un esempio memorabile, mentre David è in vacanza nella barca-casa dei Peabody, un rombo come di terremoto la scuote (niente di soggettivo: anche gli altri personaggi lo sentono), il tetto si lacera ed appare una mano gigantesca a ghermirlo – ed eccolo di ritorno a casa sua, dove scopre che la madre si è risposata e si trova come patrigno il crudele Mr. Murdstone.
Questa prevalenza dell'aspetto metanarrativo concede a Iannucci una libertà pressoché assoluta. Tuttavia, alcune scelte della sceneggiatura di Iannucci e Simon Blackwell appaiono come difetti imperdonabili. Uno consiste nella conclusione. Tutti sanno che Amleto uccide il re, che i giganti sono mulini a vento e che don Rodrigo muore di peste; tutti sanno che David sposa Dora ma poi lei muore e lui sposa Agnes. Nel presente film c'è un'interessante scena, metanarrazione pura, in cui David prima la “pensa” dentro un episodio (la sconfitta di Uriah Heep) e poi la cancella, su suo stesso invito (“Io proprio non c'entro”): questo si trasforma idealmente in un malinconico addio, e sarebbe una delle cose migliori del film se facesse da preludio a una scena di morte; solo che Dora, invece, scompare, ed è un'ellissi imbarazzante.
Infine, il peggio del peggio, un incomprensibile tocco di masochismo fimico. Una pagina cardine del romanzo, familiare anche a chi non l'ha letto tutto, è la famosa camminata di David bambino quando lascia Londra e va a piedi fino a Dover per rifugiarsi da zia Betsey, vi arriva tutto stracciato e affamato, e c'è una scena tragicomica, splendidamente scritta, di agnizione. Per pura follia, nel film questo episodio viene trasferito a David cresciuto (sarà anche giovane, ma è già Dev Patel). Vedere la scena di Dickens illustrata fedelmente ma riferita a questo simpatico marcantonio, che piange e si lamenta come il ragazzino del romanzo, fa cadere le braccia.
Naturalmente possiamo rifugiarci anche qui nel riconoscimento metanarrativo – in fin dei conti è David che scrive di se stesso – ma entreremmo in complicazioni narratologiche da far venire il mal di testa, e non dimentichiamo che David Copperfield è un film mainstream.
In conclusione, il film di Iannucci è uno strano mix di acutezza e balordaggine; dove i tocchi buoni rendono, per contrasto, ancora più evidenti i suoi difetti. Certamente, andare a rivedersi in DVD la versione di George Cukor del 1935 è un'esperienza – e un approccio a Dickens – senz'altro più soddisfacente di questo film.





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