mercoledì 4 dicembre 2019

Un giorno di pioggia a New York

Woody Allen


Il film che i fascisti del politically correct non volevano che vedessimo l'abbiamo visto, ed è bellissimo. A Rainy Day in New York di Woody Allen è ispirato; in piccolo, s'intende, ma fa pensare a Mozart per la leggerezza e l'eleganza dei movimenti. Restando nel campo di Allen, può ricordare Una commedia sexy in una notte di mezza estate (si potrebbero fondere i titoli: A Sex Comedy in a Rainy Day in New York), non solo per l'atmosfera sognante ma per l'incantevole levità. A Rainy Day è un film impalpabile, come un balletto.
Su un canovaccio semplicissimo (due studenti fidanzati progettano di passare insieme un weekend a New York ma il caso si mette di mezzo) Woody Allen con sottigliezza divertita i suoi classici temi, e in particolare la domanda che tutti si fanno (e che in tarda età diventa, retrospettivamente, ancora più urgente): chi sono? cosa voglio?
Qui la forma della commedia è quella dell'intoppo che si sviluppa a cascata. Gatsby e Ashleigh, che studiano in una piccola università, non mancano di soldi (loaded, pieno, è una parola ricorrente), non solo perché sono entrambi di famiglia ricca ma perché il ribelle Gatsby è un grande giocatore di poker. Ora Ashleigh – che aspira a diventare giornalista – ha l'opportunità di intervistare a New York un famoso regista per il giornale del campus; Gatsby – che aspira solo a restare se stesso – è ben lieto di ritornare nella sua città (basta che sua madre non lo sappia: c'è un party da evitare).
Un elemento centrale del cinema di Woody Allen, lo sappiamo, è il concetto di destino. Ci scherzava sopra evocando buffonescamente la tragedia greca all'inizio de La dea dell'amore. Il destino (attraverso un avvenimento imprevisto, una scoperta, una visita, una magia) mette in crisi l'equilibro di una o più esistenze e le spinge a frustate verso una maggiore autenticità – una parola che ha molta importanza nel cinema alleniano.
Quello che per Ashleigh doveva essere l'impegno di un'ora si complica sempre più, e la ragazza si lascia travolgere non troppo malvolentieri dalle ansie e dalle tentazioni di Hollywood – un mondo che ormai ha sede a New York. In un passaggio esilarante, incontrando un super-divo Ashleigh dimentica anche il proprio nome.
Intanto il suo ragazzo gira per la città continuando a rovistare nel proprio disincanto esistenziale. Nomina omina: si chiama Gatsby (la ricchezza, l'eleganza, l'inquietudine) e come se non bastasse di cognome fa Welles. C'è un senso di libertà in questo giovane ribelle (Timothée Chalamet, appena visto in The King) che se fosse sfrenato avrebbe qualcosa da rimbaudiano; ma nel fondo di Gatsby non c'è Rimbaud, e neanche la beat generation, bensì un senso di curiosità, misura e bellezza che serpeggia nel cuore di New York, e che Allen è capace di farci scoprire, in un viaggio cinematografico che si situa – complici i magnifici ambienti fotografati da Vittorio Storaro – a metà strada fra la realtà e la favola.
Così, seguendo lo schema frequente in Allen del raddoppiamento, il film si biforca in una doppia giornata (di pioggia) parallela e in due anime differenti. Gatsby, lo abbiamo già detto, è newyorchese fino al midollo. Ashleigh viene da Tucson, Arizona (il che offre alla newyorkese Shannon/Selena Gomez, che fa da terzo incomodo, l'occasione di una serie di frecciate di superba acidità); è stata reginetta di bellezza, viene da una famiglia di ricchi supporters di George Bush, e – nella deliziosa interpretazione di Elle Fanning – è solare fino alla punta dei capelli color del grano.
Ah, ma possono un Gatsby iper-newyorkese (“Mi serve il monossido di carbonio per sopravvivere”) e una solare ex reginetta di Tucson stare insieme? A questa domanda, come capita spesso in Allen, rispondono non gli uomini ma il destino. Però qui, se galeotto è il mondo del cinema, il destino si identifica con New York stessa. “The city has its own agenda”, dice a un certo punto la voce narrante.
A Rainy Day in New York è un film sulla gioventù vista con occhio attento, amabile ma attento, da un vecchio. Allen rivive se stesso in Gatsby, come ha fatto in tanti semi-sosia più giovani nel corso della sua carriera: le ossessioni di Gatsby (il senso della verità e l'incertezza su come raggiungerla, le scelte prevalentemente in negativo e l'amore per l'arte e per New York come punto fermo) sono le ossessioni di Woody Allen – ma qui senza nevrosi e senza angosce. Punteggiato dai soliti gustosi allenismi (“La vita reale va bene solo per chi non sa fare di meglio”), è un film curiosamente soffuso di un senso di quiete.
E' un film dov'è molto presente il tempo: preso in giro nei tanti appuntamenti mancati, ricordato negli orologi – con un appuntamento di fronte a un famoso orologio di New York finisce il film – ma anche cupamente evocato nelle battute (che nascondono una paura) di Gatsby sul fumare che accorcia la vita. Allen non ha mai dimenticato in tutta la sua carriera che la morte è un appuntamento irrevocabile. E tuttavia bisogna vivere. La grande pagina delle confidenze della madre (Cherry Jones) a Gatsby è una lezione di vita: la verità che le persone non sono quelle che sembrano, la vita non è facile, e tanto meno lineare come sembra quando si è giovani: ecco tutto; e (come sempre in Woody Allen) la bellezza è l'unica cosa sicura.
Allen scrive e filma con la saggezza dei vecchi. C'è del dubbio esistenziale in questi andirivieni – ma non c'è angoscia (peraltro Woody non dimentica di annotare che i soldi possono essere utili per angosciarci di meno). Per tutta la vita Woody ci ha fatti ridere sul suo eterno rapporto con lo psicoanalista (ricordate? “Gli concedo ancora un anno e poi vado a Lourdes”). Adesso, a 84 anni compiuti il primo dicembre, la nostra impressione è che Woody abbia potuto permettersi finalmente di mandare il suo psicoanalista in pensione.

2 commenti:

raffaella mestroni ha detto...

recensione perfetta, mi ci sono ritrovata :-)

Francesco ha detto...

Giorgio è sempre un critico sublime!