mercoledì 19 dicembre 2012

Lo Hobbit - Un viaggio inaspettato

Peter Jackson

Diciamolo subito: “Lo Hobbit – Un viaggio inaspettato” di Peter Jackson, primo film della prevista trilogia da “Lo Hobbit” di Tolkien, è grande divertimento. Quasi tre ore passano senz'accorgersene. Ma allora perché non usciamo dalla sala completamente soddisfatti?
Si tratta di una versione eminentemente grafica: quindi, emozionante come realizzazione visuale, ma piuttosto fredda come definizione dei personaggi. Ciò nonostante la buona interpretazione generale (anche Martin Freeman, che interpreta Bilbo, è migliore di Elijah Wood che ne “Il Signore degli Anelli” era Frodo). Per inciso, parlando degli interpreti, è una bizzarra anomalia che nel racconti di fatti accaduti 60 anni prima di quelli della Trilogia dell'Anello alcuni personaggi siano visibilmente più vecchi (Ian McKellen, Christopher Lee); ma a questo non c'è rimedio.
La scelta che indirizza tutto il film è di porsi rigidamente nella scia de “Il Signore degli Anelli”; e per questo c'è un motivo (e uno scotto). La trasposizione filmica dei romanzi di J.R.R. Tolkien ha compiuto il percorso inverso a quello della loro scrittura. Tolkien scrisse per primo “Lo Hobbit”, originariamente come fiaba per i suoi figli; dopo, in base alle richieste di un seguito, ne riprese il materiale nella Trilogia, nell'ambito di un ampliamento della visuale che implicava anche una maggiore drammatizzazione (un elemento indicatore in merito è il cambio di ruolo dell'Anello).
Ne “Lo Hobbit” c'è un elemento di humour fiabesco - sorretto dalla voce narrante di Tolkien con un certo tono tongue-in-cheek - che nella Trilogia del “Signore degli Anelli” è scomparso. Certo, anche lì v'è umorismo; ma è uno humour che potremmo definire dickensiano, non più fiabesco-paradossale (è interessante osservare che la stessa transizione si realizza nella saga di Harry Potter). Un esempio del particolare umorismo de “Lo Hobbit” si ha quando, nell'episodio di Gollum, Tolkien ci dice che egli si ricordava dei vecchi tempi in cui, dopo aver saccheggiato un pollaio, insegnava a sua nonna a bere le uova. Questa è la materializzazione comica di una frase fatta inglese, e lo scherzo sta proprio nella sua applicazione alla realtà narrativa e biografica (uno spirito simile si può trovare in James M. Barrie). Il film può mantenere la frase solo trasferendola nel dialogo - col che la attenua. Un altro esempio di questa comicità è l'episodio farsesco dei tre troll (con nomi da contadini inglesi) – che il film risolve eliminando la trovata tolkieniana di Gandalf che, nascosto, imita le loro voci per farli litigare (infatti nel film Gandalf ha solo un'apparizione eroica: spacca un masso con un colpo del bastone magico - in puro stile “Signore degli Anelli”).
Orbene, come dicevamo, la produzione dei film da Tolkien ha compiuto il percorso inverso rispetto ai romanzi. Di conseguenza, però, era difficile che si potesse inserire il genere di humour de “Lo Hobbit” in un film che viene dopo la Trilogia. Agli occhi degli spettatori una simile operazione avrebbe avuto qualcosa di parodistico. Così nel film l'umorismo del romanzo è mantenuto praticamente solo all'inizio, con le notazioni divertite sull'invasione dei nani in casa di Bilbo (e con la sublime spiegazione di come è nato il golf). In seguito tutto scorre nei binari più seri della Trilogia (vedi per esempio come si perda il divertimento con cui Tolkien descrive Thorin; per solennizzarlo il film lo rende un solenne rompiscatole). Insomma il film che abbiamo davanti è - se mi si dà licenza di violentare la lingua italiana - uno “Hobbit” Signore-degli-Anellizzato.
Ma per i numerosi sceneggiatori di Jackson un simile intervento significava riscrivere in profondità Tolkien; cioè quasi divenire Tolkien; e per quanto essi siano abili, non licet omnibus adire Corinthum, ovvero, all'altezza di Tolkien non possono sollevarsi tutti.
E' così che “Lo Hobbit” di Peter Jackson si srotola sul filo di una certa contraddizione. Da un lato è senz'altro soddisfacente sul piano visivo. Non solo i panorami sono meravigliosamente fiabeschi. Il re dei goblin, mostruoso e gozzuto, è una figura memorabile; lo scontro coi goblin nelle loro grotte, se non raggiunge l'altezza drammatica e la pregnanza visuale dell'indimenticata battaglia nelle miniere di Moria de “Il Signore degli Anelli”, è tuttavia una pagina di cinema rollercoaster viva e avvincente; la lotta dei due giganti di pietra è una pagina potente (una delle poche nel film capace di farci tremare); quanto alla sequenza di Bilbo con Gollum, è perfetta, la migliore di tutto il film.
Dall'altro lato, “Lo Hobbit” non riesce - come invece fa splendidamente Tolkien - a dare una dimensione umana profonda ai suoi personaggi. Solo a tratti, rari tratti, si sente il soffio tolkieniano della grandezza.
Bisogna però ricordare che anche nella trilogia de “Il Signore degli Anelli” Peter Jackson aveva lasciato col primo episodio una certa impressione di accademico - salvo risalire molto col secondo, che è il migliore dei tre. Così possiamo sperare che nei prossimi episodi quell'esigenza venga soddisfatta. Anche altrimenti, comunque, il divertimento è assicurato. 
 

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