venerdì 4 gennaio 2008

Zodiac

David Fincher

Il film inizia sui fuochi artificiali del 4 luglio del ’69 - e qui cominciano gli omicidi. La festa nazionale, il momento della riaffermazione dell’identità comunitaria, è anche il momento in cui dall’ombra appare il mostro. Storia vera, tratta da due libri di David Graysmith (cui dà volto Jake Gyllenhaal), “Zodiac” di David Fincher racconta con un’ottima ricostruzione d’epoca i delitti del serial killer che terrorizzò la California. E’ un thriller, dunque? Sì, e insieme no.
Perché in teoria un thriller postula una soluzione; rappresenta un’istanza di razionalizzazione nei confronti di una realtà nebbiosa e mutevole (e del dolore). Vale per “Ispettore Callaghan: il caso Scorpio è tuo!” (1971), liberamente ispirato proprio al caso Zodiac, e citato nel presente film. Il thriller dà un senso alle cose. Magari “post factum”, magari con la vittoria dell’assassino, come nel capolavoro di Fincher, “Seven” (1995).
In “Zodiac”, che ricalca con esattezza lo stato delle indagini (con tutti i problemi quotidiani, dalla burocrazia alla mancanza di fax), il mostro rimane nell’ombra, proprio come nella realtà. Certo, il film registra la probabilità che potesse essere identificato in un Arthur Leigh Allen, morto d’infarto prima di un’eventuale incriminazione; ma non è l’identificazione forte e rassicurante che forniscono i thriller. Così, nelle scene dei delitti il film di Fincher si basa su una continua frustrazione dello sguardo. Siamo abituati a pretendere che il cinema ci mostri tutto; ma qui l’immagine è reticente, l’inquadratura contribuisce non a svelare ma a nascondere. Il volto dell’assassino appartiene allo sguardo limitato e impotente dei testimoni oppure (cosa più tragica) allo sguardo perduto delle vittime.
Questa raggelante mancanza di soluzione trasforma il film in un disperato (ma emozionante) balletto di investigatori che si muovono nell’“aere perso”: il poliziotto Mark Ruffalo, il giornalista Robert Downey jr. e Graysmith/Gyllenhaal, disegnatore del giornale. L’incertezza sfuma nella paranoia. C’è una scena stupenda nello scantinato di un ex proiezionista dove Graysmith tutt’a un tratto teme di essere finito in mano all’assassino, e il film rispecchia mirabilmente l’improvviso cambiamento soggettivo della realtà.
La loro è un’investigazione infinita, che li trasforma in oggetti di desolazione. Clint Eastwood in “Callaghan” era lo sceriffo, l’uomo della legge; anche se alla fine buttava via la stella, perché disgustato da una società il cui delirio garantista la rendeva complice degli assassini, aveva la dignità dell’eroe sconfitto. In “Zodiac”, dopo uno iato di 4 anni rivediamo i tre personaggi invecchiati, ingrassati, variamente segnati: l’alcoolismo per il giornalista, una finta rassegnazione per il poliziotto, l’ossessione per Graysmith, che coinvolge nelle ricerche i suoi bambini piccoli come segretari (però saprà uscirne attraverso la razionalizzazione della scrittura).
La loro disperazione nasce dal fatto di aver perso “la preda più pericolosa”. Un elemento basilare della storia è il richiamo al famoso vecchio film sul conte Zaroff cacciatore di uomini, “The Most Dangerous Game” (1932), qui tradotto “La preda più pericolosa” (ma in Italia uscì come “La pericolosa partita”). Per vari motivi: un elemento oggettivo (il rapporto ideale tra Zodiac e Zaroff); un elemento soggettivo (quel film è centrale nella storia psicologica dell’assassino, e di conseguenza per l’investigazione); ma anche un elemento relativo ai cacciatori. Il loro è un triplo ordine di frustrazioni. A livello di convivenza civile, c’è il dolore di avere lasciato a piede libero la belva umana. A livello di conoscenza, c’è la necessità di trovare un nome e una storia come contributo di senso. Ma a livello più profondo, emozionale e primitivo (eppure assolutamente necessario), c’è la caccia: Zodiac dà la caccia agli innocenti, loro danno la caccia a Zodiac, “the most dangerous game”: stanare, inseguire, colpire il nemico.

(Il Nuovo FVG)

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