sabato 5 gennaio 2008

Pallottole su Broadway

Woody Allen

Anche alcuni anni dopo, è sempre valida l’impressione a caldo uscendo dalla visione di Bullets over Broadway (Pallottole su Broadway) di Woody Allen alla Mostra di Venezia 1994: la più bella commedia d’epoca (anni ’30) di ambiente gangsteristico fin dai tempi di A qualcuno piace caldo. Affratellano il film di Allen e il capolavoro di Billy Wilder la scioltezza del ritmo, la felicità drammaturgica, l'astuzia dell’impiego/tradimento degli stereotipi, la perfezione scoppiettante delle battute. Incalzante, umoroso, Bullets è una delle più oliate e divertenti commedie alleniane, senza un attimo di stanchezza, senza una caduta di tensione, fluida nello svolgimento, perfetta nella mise en scène, in cui quegli incantevoli interni di studio fanno tanto “cinema di ieri”.
Un gangster vuole regalare una carriera teatrale alla sua pupa, una cafona senza talento; quindi finanzia la produzione teatrale di un dramma del giovane scrittore David Shayne (John Cusack) a patto che lei vi abbia il ruolo di protagonista. Lui recalcitra, poi accetta. Allen, si sa, possiede una prodigiosa capacità evocativa, che costruisce personaggi viventi di vita propria: quando parte la laboriosa produzione, ci troviamo con David davanti a un'esilarante galleria di figure che hanno la perentoria evidenza comica di un cartoon: come l'attore in declino ammalato di bulimia nervosa (Walter Purcell) o l'attrice giovane (Eden Brent) con cagnolino in braccio che si presenta dicendo cose deliranti per poi trillare giuliva che stava solo scherzando ("just kidding!"): figure di contorno adatte a incrociare il cammino della stridula mantenuta Olive (Jennifer Tilly), che è un capolavoro di arroganza e volgarità. Ma li supera tutti Dianne West, nell'interpretazione più memorabile della sua carriera come star alcoolizzata che vede profilarsi il viale del tramonto. Sublime Dianne West, "parodiante Bette Davis parodiante Tallulah Bankhead dans All about Eve" (Yann Tobin su Positif)! Indimenticabile la sua entrata da primadonna sul palcoscenico, con un discorso evocante con superba enfasi trombonesca tutte le grandi eroine della scena; indimenticabile il suo lavoro di seduzione di David nel corso del film, tutto fatto di atteggiamenti meravigliosamente teatrali, e con quel suo sussurro platealmente impostato, "no... don't speak", che diventa il tormentone del film. In alcuni film di Allen l'interazione dei suoi personaggi così ben definiti basta a fare la trama, lasciando un margine, non diremo di gratuità, ma di non necessità, benché celato e assolto dalla leggerezza aerea dell'opera. Non è il caso di Bullets: qui le caratterizzazioni raggiungono un livello di estrema felicità anche per quanto riguarda il loro inserimento nell'azione drammatica. Ovvero, non esiste nel film un tipo buffo fine a se stesso; i funambolismi comici che tratteggiano un personaggio sono funzionali allo sviluppo narrativo e lo determinano.
Questo film spassosissimo è fondamentalmente un apologo sull'integrità morale. Perché David accetta? Perché altrimenti il suo dramma non andrebbe in scena, o perché il gangster gli ha fatto la famosa "offerta che non si può rifiutare", o entrambe le cose, l’una giustificata dall'altra? "I am a whore!!", sono una puttana, urla dalla finestra di casa sua durante una crisi di coscienza; ma alla fine accetta. Qui dalle prime mosse noi spettatori crediamo di trovarci davanti a una versione di Nata ieri (incidentalmente, una commedia amata da Allen). Fra la pupa del gangsters, così ignorante da rifiutare con disprezzo una collana di perle nere ("le avranno prodotte ostriche guaste"), e il commediografo che accetta malvolentieri di accollarsela, siamo pronti ad aspettarci una storia alla Pigmalione: opposizione natura/cultura, attrazione della prima nell'orbita della seconda, e via dicendo. Ingenui che eravamo: come molti film di Woody Allen, Bullets nasconde bene i propri sviluppi; il suo modo di porre i personaggi principali e le basi della trama è altamente ingannatorio.
In primo luogo, il "capolavoro" drammatico del giovane autore ci si rivela insopportabilmente finto, retorico, phony; orecchia O'Neill e finisce in una brutta copia del dramma borghese primo novecento. Così il gangster Cheech (Chazz Palminteri), costretto ad assistere annoiatissimo alle prove come guardia del corpo di Olive, comincia a intervenire. In origine Cheech viene percepito dallo spettatore - Allen è assai abile a introdurre il personaggio di sguincio - come grezzo prolungamento dell'ignorante boss mafioso. Il suo disprezzo pel testo teatrale di David viene a confermare umoristicamente - vox populi - a noi spettatori la consapevolezza che esso non vale nulla, ma non si oppone alla nostra percezione del personaggio come un bruto ("sappiamo" che reagirebbe nello stesso modo anche a Shakespeare); e quando un suggerimento dell'esasperato Cheech modifica in meglio il testo, con scandalo di David, ciò non fa che rafforzare la nostra prima impressione; il nostro commento è: "perfino lui!".
Qui arriva il geniale rovesciamento comico: mentre David è tutto meno che il grande scrittore che crede d'essere, Cheech, che non ha letto un libro in vita sua, si rivela un genio del teatro. I suoi suggerimenti si dilatano fino a far di lui il vero autore dell'opera, in un gioco di riscrittura culminante paradossalmente nella sua stessa morte. Lo svelamento del talento letterario di Cheech, sconosciuto anche a lui stesso, coincide col suo portarsi dai margini al centro dello svolgimento. Il film diventa la storia di Pigmalione a rovescio: è il colto David che impara dal gangster Cheech.
Un tema fondamentale di Allen fin dai suoi lontani inizi satirici è l'opposizione vero/falso, fra un'artificialità affettata - spesso parodiata negli atteggiamenti degli intellettuali newyorkesi - e un'autenticità che si è via via venuta precisando nella sua opera come calore umano, produttore di sicurezza (cfr. il caldo nido protettivo di Radio Days). Cheech è streetwise; questo gangster mafioso intriso della dura cultura della strada possiede un'autenticità umana, ed anzi il film lo conferma come il solo uomo in un mondo di marionette. Le sue risposte a David nei loro impagabili scambi sono sempre logiche e conseguenti: nella sua moralità da pistolero, ha una sua onestà primitiva, a suo modo leale. Nel personaggio di Cheech, mafioso giocatore di dadi e genio senza saperlo, forma di massima alienazione del personaggio dal suo potere intellettuale, Allen si avvicina a quel concetto del puro folle che attraversa la sua opera (peccato che probabilmente Woody non trarrà mai un film da L'idiota di Dostoevskij: sarebbe molto interessante).
L'autenticità personale di Cheech si trasfigura in autenticità artistica, contrapposta alla letterarietà retorica di David. All'inizio è semplice buon senso applicato alla mimesi teatrale ("la gente non parla così"), in seguito capacità di portare al dramma quello che gli manca: un vero sentire umano in termini di realtà e logicità dei sentimenti. Non è inutile ricordare qui che Woody Allen concepisce il talento in senso strumentale: la mancanza di talento non impedisce di provare sentimenti ma di esprimerli. "Non penso che il talento sia una conquista. Penso che sia un dono divino o qualcosa del genere. Però penso che, se sei così fortunato da avere talento, questo comporti delle responsabilità. Nello stesso modo che se fossi nato ricco" (dal libro-intervista a Stig Björkman Woody su Allen, Laterza 1994). Ne consegue che l'uso del talento è una questione di moralità.
Per Allen una creazione artistica vera, nella commedia come in ogni altra forma, implica un'arte sinceramente fedele alla propria ispirazione, capace di rispecchiare la realtà drammatica della vita. Allen, legando verità artistica e verità umana, pone un segno di equivalenza molto netto fra autenticità della creazione artistica e integrità personale. In un trascinante sviluppo comico vediamo il doppio processo per cui Cheech, oltre a diventare il vero autore del dramma, comincia a sentirlo come proprio. Nemmeno per un momento Cheech vuole sostituire il suo nome sui cartelloni a quello di David o pensa di abbandonare il suo lavoro di malavitoso per diventare scrittore. La coscienza del proprio talento dev'essere pura. Cheech vuole solo difendere l'integrità del testo dall'attentato portatole dalla disastrosa recitazione di Olive (che invece David, sempre più affogato nei compromessi, sopporta). Cheech è l'uomo della conseguenza. La sua uccisione di Olive - in una scena che per scansioni ricorda molto Billy Wilder - si può definire un atto di moralità.
Lo svolgimento di Bullets over Broadway presenta una specie di grande dissolvenza incrociata del senso morale: man mano che Cheech prende a sentire e difendere l'integrità dell'opera, fino a uccidere e morire per essa, David - che all'origine faceva le bizze perché gli veniva imposta un'attrice - non si vergogna di farsi materialmente ri/scrivere la commedia da un altro, preparandosi a sfruttarne il successo. Allo stesso modo si prepara a lasciare la moglie per Dianne West, che gli assicurerà una brillante carriera. C'è, nel suo cedere willingly alle teatrali seduzioni di lei, un misto di attrazione fisica per una donna esperta e matura, di desiderio di elevamento sociale e vantaggio personale, di fascinazione culturale in senso snobistico. Il processo di David è esattamente speculare a quello di Cheech: man mano che si svela la sua inautenticità artistica, scopriamo la sua inautenticità umana.
Quello che Cheech porta in dote a David nella loro strana amicizia, ribadendolo coll'episodio traumatico della sua morte, è la coerenza. Necessariamente quindi l'unico modo in cui David può ritrovare una verità come uomo sta nel riconoscere la sua falsità come artista (il film ci presenta anche, didatticamente, la soluzione opposta di una doppia falsità "a vita", nel personaggio interpretato da Rob Reiner): vediamo nuovamente come Allen leghi i due momenti sotto il segno della moralità. Il più grande autore comico vivente è in realtà un uomo molto serio. Ma i suoi principi artistico-morali, invece che essere predicati santimoniosamente, all'italiana, si lasciano leggere in filigrana entro capolavori sprizzanti di umorismo e vivacità.

(Cinemazero)

2 commenti:

Anonimo ha detto...

Ciao.
Bell'analisi, bel post. Posso mettere il link relativo nel mio blog?
Ti ho trovato perché parli di questo film, e quindi ne capisci qualcosa di cinema, intuibile anche da ciò che ho letto nel post.
Nel mio blog è iniziata la prima fase del Torneo dei film,
http://gegio.wordpress.com/il-torneo-dei-film/
Adesso sto raccogliendo preferenze, le playlist dei 10 film più belli per ognuno, ma a settembre partiamo con un tabellone di 128 film, e si va avanti con le eliminazioni dirette. Ti va di partecipare?

giorgioplac ha detto...

caro gegio, ne sono ben contento -ma devo dirti che sono estremamente imbranato sul piano del computer (infatti questo blog si scrive "blog" e si legge "archivio") - così per qualsiasi attività in merito ho bisogno di istruzioni molto precise... Pensa di parlare con Queen Betsy.
un caro saluto
P.S. Queen Betsy è la protagonista "dumbass" dei romanzi di MaryJanice Davidson - io li trovo bellissimi!