domenica 31 maggio 2026

Far East Film Festival 2026 - Thailandia e Vietnam

 

Gohan, Chayanop Boonprakob, Baz Poonpiriya, Atta Hemwadee

Chi ama i cani non potrà non amare il film thailandese a episodi Gohan, diretto da Chayanop Boonprakob, Baz Poonpiriya e Atta Hemwadee. Un problema della Thailandia, e non solo, è la proliferazione dei cani randagi, e ai cani randagi in cerca di adozione è dedicato nei titoli di coda questo film. Gohan racconta appunto la vita di uno di questi cani, sempre fortunato nel trovare un padrone ma sfortunato nel tenerselo; e lo fa, cosa notevole, senza né sentimentalismo strappalacrime né crudezza iperrealistica – neppure nel drammatico episodio centrale.
Naturalmente non è un Boyhood canino: per la parte di Gohan sono stati impiegati tre cani incredibilmente somiglianti, dal pelo bianco e dal naso rosa, che alla fine dei credits si possono vedere insieme.
Il racconto nei tre episodi incrocia la storia del cane e quella dei suoi temporanei padroni: è la necessità, e la durezza della vita, che separa Gohan da loro. Grandi le espressioni del cane! Ovviamente un film del genere si basa sull’“effetto Kulešov”, abilmente usato.
Il primo episodio, di Chayanop Boonprakob, è declinato in forma di commedia feel-good, con il cucciolo Gohan che viene adottato da un vecchio dirigente giapponese in Thailandia, costretto alla pensione. Il secondo, di Baz Poonpiriya, il più noto dei tre registi, ci porta alla giovinezza di Gohan, rimasto solo dopo che il suo padrone è morto di Covid, e ne fa un’avventura drammatica e toccante, che incrocia la storia del cane con la situazione di sfruttamento degli immigrati illegali. Caduto nelle grinfie di un’autentica canaglia, Gohan viene salvato da un’immigrata birmana, ma alla fine deve fuggire. Il terzo episodio, di Atta Hemwadee, è invece una storia sentimentale, dove Gohan, ormai vecchio, viene pressoché “adottato” da due ex innamorati che ci aspettiamo tornino insieme, con una conclusione semifantastica-poetica: alla fine del film il vecchio Gohan, in un passaggio onirico, vede insieme tutti i suoi tre padroni che lo salutano dai finestrini del treno. Come non trattenere qui una lacrima?

The Last Shot, Puttipong Nakthong

Un bel neo-noir thailandese, che racconta una storia vecchia come il mondo (un killer innamorato vorrebbe lasciare il mestiere, ma il mestiere continua a tirarlo dentro), però in un modo fresco: più che perché vi introduca novità, perché la racconta con buone interpretazioni, vera tensione e senso del ritmo (da segnalare l’ottimo montaggio, firmato Dog Back Dee).
Perch è un abile assassino professionista che lavora col suo amico Bom e il fratello giovanissimo di quest’ultimo, Samlee. Fa loro da tramite coi committenti il vecchio “zio” Tor, una figura molto ben descritta di mediatore dai sentimenti paterni. Casualmente Perch rincontra la sua ex, Sai, ora hostess di bar; in passato erano arrivati alla soglia del matrimonio ma una sparatoria aveva fatto fallire tutto, rivelando la sanguinaria realtà del mestiere di lui. Perch aveva promesso a Sai di smettere, ma l’aveva delusa. Perch è trattenuto anche dall’affetto verso i suoi compagni; ma l’ultimo colpo lo mette in mezzo tra la polizia e la mafia, che sono due realtà strettamente legate.
Il film ha la caratteristica di fornire un ritratto simpatetico di questi criminali, tanto che l’inevitabile unhappy ending ci dispiace. La figura forse più riuscita è il burbero ma “onesto” zio Tor, però tutti questi ritratti sono molto umani. Nonostante la problematica sentimentale sopra citata, peraltro, l’elemento in primo piano è quello avventuroso delle sparatorie e degli agguati, ed è veramente ben realizzato.

Tha Rae: The Exorcist, Taweewat Wantha

Il coreano Dark Nuns metteva insieme, nel suo universo immaginario, demonologia cattolica (un filo riveduta) e tradizione sciamanica locale, che si alleavano nella grande scena finale dell’esorcismo. Questo film thailandese va oltre, e mette in scena un universo in cui coesistono i demoni della tradizione cristiana e gli spiriti della tradizione thai, i phob e i phong e il grande spirito Thaeng, a volte lottando gli uni contro gli altri, a volte (come mi pare di capire dal climax) identificandosi. Potrebbe essere un limite del film di dare per scontate cose che agli spettatori thai sono chiare. Per esempio, nel prologo, un sacerdote cattolico esorcista uccide letteralmente la posseduta pugnalandola. A noi spettatori occidentali questo sembra un modo un po’ bizzarro di intendere il rituale cattolico (cosa avrebbe detto Max Von Sydow?) – ma il concetto è che se il posseduto non viene liberato entro tre giorni diventa pericolosissimo e inarrestabile, e questo è puro culto thai degli spiriti.
Idem per il “demonio” del finale, che viene interpellato con impaurito rispetto o con indignata condanna dai due esorcisti: infatti il primo è un witch doctor del culto degli spiriti, il secondo un prete cattolico. Il film offre mette in scena l’alleanza esorcistica di questa “strana coppia”, e il finale apre chiaramente a un seguito – se non addirittura a una possibile serie.
È proprio questa immissione di credenze folkloriche a dare al film una sua originalità e stimolare la curiosità, con concetti come quello di farsi possedere da un phob (che non è uno spirito benefico, beninteso!) per controbilanciare la possessione demoniaca; con dettagli come l’uso divinatorio delle uova in sintonia con gli spiriti; e naturalmente con tutto l’adeguato armamentario horror. Anche se non si capisce al 100% l’universo spirituale che ci sta dietro, la trama si lascia seguire con facilità, e il film è piacevole. Le interpretazioni (a parte forse le due “facce da idol” che sono i giovani protagonisti) sono buone, specie l’ambigua vecchia Saeng e ancor più Malee, la ragazza posseduta (non quella del prologo! L’azione si svolge 40 anni dopo), che non vorrei incontrare di notte.

Ky Nam Inn, Leon Lê

Melodramma ricco di un ambiguo, malinconico fascino, il vietnamita Ky Nam Inn di Leon Lê si svolge nella Saigon dei primi anni Ottanta, dopo la recente unificazione del Paese. Vi si trasferisce un giovane traduttore, Khang, che deve tradurre in vietnamita Il piccolo principe di Saint-Exupéry. Vista l’ora tarda non vogliono farlo entrare; ma s’intromette per aiutarlo la misteriosa signora Ky Nam.
Va anche detto che quando si sente che Khang è nipote di un pezzo grosso del regime, tutti abbassano la testa. Con un’eccellente invenzione, questo zio, il signor Tan, non è mai fatto vedere, ma aleggia come una presenza intimidatoria, anche nei confronti del nipote, di cui vuole dirigere le mosse.
Il signor Tan non sarebbe felice di saperlo, ma Khang è subito affascinato da Ky Nam, la donna che lo ha fatto entrare: una vedova bella e raffinata, più vecchia di lui, eccellente cuoca (ne ha fatto un mezzo di sopravvivenza) – e connessa al vecchio regime. Tant’è vero che le malelingue che abbondano nel casamento bollano subito il loro rapporto come “comportamento inadeguato”; e non dimentichiamo che siamo sotto una dittatura. Il dramma personale di Ky Nam verrà svelato a poco a poco. Alla storia personale dei due protagonisti – eccellenti gli attori Lien Binh Phat (Khang) e Do Thi Hai Yen (Ky Nam) – si aggiunge quella di Su, un ragazzo bullizzato perché di sangue misto, con cui si forma un trio. Val la pena di aggiungere che la tematica razziale è uno degli argomenti di sempre del regista Leon Lê.
C’è un nome che sale subito alla mente vedendo Ky Nam Inn, ed è quello del maestro hongkonghese Wong Kar Wai, al quale il film è chiaramente debitore. Basta a mostrarlo l’uso del colore nella morbida fotografia di Bob Nguyen. Peraltro il regista non è un mero seguace; anche nell’inquadratura mostra un’originalità, dove si nota l’uso frequente di inquadrature dall’alto – magari attraverso i rami di un albero. Sono centrali nel film le bellissime canzoni d’epoca (erano proibite dal regime, ma ascoltate lo stesso!), che rappresentano un “tappeto sonoro” di nostalgia che fa venire un groppo in gola mentre accompagna, entro un bel quadro collettivo, l’amore incerto dei due protagonisti.

Tunnels: Sun in the Dark, Bui Thac Chuyen

La guerra contro gli americani nell’intricata, gigantesca rete dei tunnel. Per il pubblico occidentale, questo film vietnamita ha già il suo elemento di interesse nel mostrare la guerra del Vietnam vista dall’altra parte della barricata (anche chi in quegli anni era contrario traeva le sue conoscenze principalmente dai resoconti occidentali). Un aspetto notevole mi pare il suo atteggiamento umanistico. I nemici sono nemici, e nemico mortali quanto a questo, com’è giusto in ogni guerra; ma non sono descritti in termini caricaturali di mostruosità. C’è un elemento quasi “professionistico” in questa serie di scontri (anche se quello vietcong non è un esercito regolare), lontano per esempio dalla grande satira di Coppola.
Il film sottolinea invece lo spirito di adattamento e per così dire di riciclo (le bombe inesplose vengono pericolosamente aperte per recuperare l’esplosivo, dopo i bombardamenti si recuperano i pezzi di alluminio come scraps): quella che viene descritta nel film è una guerra di poveri, che sfruttano ingegnosamente ogni piccola possibilità – vengono utilizzati anche i serpenti velenosi.
La cifra narrativa – e politica – del film è: “il piccolo contro il grande”. Così, l’enorme sistema dei tunnel, che il film esplora in modo esteso, sarebbe ragguardevole sotto qualunque ottica, ma appare ciclopico in questa. Circa i tunnel, viene subito da notare che un film occidentale avrebbe sottolineato l’aspetto della claustrofobia, che invece qui è significativamente assente (è indicativo che ve ne sia una traccia solo quando è in scena un americano, il soldato che striscia nel tunnel, e finisce trafitto da una lancia di bambù). Credo che questo si leghi a una diversa percezione dello “spazio libero” da parte della cultura orientale, come mostrano anche i piccoli (per noi) appartamenti che vediamo sempre nei film.
Il tunnel come mondo – c’è una dialettica fra la persona e la necessità nell’ordine bellico (il comandante che morendo dice che quello che vorrebbe è una tazza di tè bevuta sotto il sole all’aperto). Tutto il film si basa col contrasto fra il dentro e il fuori, fra il sottoterra e il livello del terreno (da cui si spia il nemico) – ma questo concetto di spiare di nascosto esce dal sistema dei tunnel per allargarsi al mondo all’aperto con la vegetazione della foresta e l’acqua che diventano ripari. Questa dialettica vivace e serrata mi sembra più interessante della caratterizzazione dei personaggi, che risponde spesso ad esigenze esemplari – anche se a volte questa “esemplarità” si incrina attraverso momenti di buona recitazione, come nel caso del bravo attore Cao Minh che incarna lo “Zio Sau”.
Qualsiasi film di guerra si basa sull’opposizione “noi/loro”. Un tratto importante del presente film è che in esso lo spazio (l’ambiente circostante) non è semplice sfondo dell’azione ma è presentato come habitat vitale (l’esempio dell’acqua) in modo che, con ovvio principio nazionalista, la terra stessa sembra partecipare al combattimento dalla parte dei vietcong offrendo rifugio e protezione.

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