The King’s Warden, Jang Hang-jun
Ben
conosciuto anche
dagli spettatori italiani, il
periodo Joseon, quello
dei classici film
coreani in costume, è
pieno di episodi di crudeltà (basta pensare al re Yeonsan, il
“Nerone coreano”);
ma uno dei più disturbanti, a
vederlo in
un film storico, riguarda
il giovanissimo
re Yi Hong-wi, che fu
detronizzato da suo zio,
ridotto al rango di Lord con
un altro nome,
mandato in esilio in uno sperduto villaggio e in seguito fatto
uccidere.
Ben
diretto e interpretato, il film The King’s Warden parte dagli
scarni fatti storici per immaginare un’imprevedibile amicizia. Eom
Heung-do (l’ottimo attore coreano Yoo
Hai-jin)
è il capovillaggio di un poverissimo paese di montagna e guarda con
invidia al villaggio vicino, che riceve carichi di cibarie perché
ospita un pezzo grosso esiliato, pieno di amici. Heung-do si dà da
fare per “rubare” il prossimo esiliato ai vicini. Ma l’ospite,
quando arriva, non porta ricchezze bensì pericolo: è l’ex sovrano
esiliato e sorvegliato. Tuttavia, fra l’ex re e i paesani, a
partire da Heung-do, si stabilisce un’amicizia, sulla basa di una
salda generosità popolare. Ma il cattivissimo ministro Han
Myeong-hoe (personaggio
storico) non
dorme…
Il
film non è in sé una commedia ma coglie con gusto l’occasione di
sottolineare i tratti umoristici, specie nella bella interpretazione
di Yoo Hae-jin – vedi una scena apertamente comica di dialogo fra
lui e il magistrato locale – mentre l’ex cantante Park Ji-hoon
offre un’interpretazione sorprendentemente sfumata e matura nel
ruolo dell’ex re. Da segnalare anche Yoo Ji-tae, il sinistro Han
Myong-hoe, e Jeon Mi-do, l’unica ancella rimasta fedele al re.
L’apertura
del film, con la tortura dei cortigiani fedeli al giovane re dopo il
colpo di stato, ricorda gli orrori dell’epoca e lancia su tutto lo
sviluppo in chiave leggera che segue un senso di minaccia continua,
che apre la strada all’elemento melodrammatico nella parte finale.
Così vi sono due livelli narrativi: quello prevalente è un racconto
di amabile populismo con sfumature di commedia, in cui l’ex re
impara ad apprezzare l’umanità dei contadini, mentre quello
laterale mostra il gioco politico-militare di un’epoca in cui non
ci piacerebbe vivere.
The
Seoul Guardians, Kim
Jong-woo, Kim Shin-wan, Cho Chul-young
La
Corea del Sud (non parliamo neanche dell’inferno in terra sopra il
38° parallelo) è uno sfortunato paese anche dopo l’epoca dei
sovrani assoluti. Gli intrighi del Giappone, con l’infame
assassinio della regina Myeongseong, aprirono
la strada alla
colonizzazione giapponese della Corea
nella prima parte del XX secolo. Seguì, dopo la sconfitta del
Giappone nella seconda guerra mondiale, l’invasione dei nordcoreani
e cinesi, fortunatamente sconfitti, nella Guerra di Corea. In seguito
la democrazia in Corea del Sud fu interrotta da vari periodi di
dittatura militare, prima con la legge marziale di Syngman Rhee, poi
con il colpo di stato di Park Chung-hee, e poi con quello di Chun
Doo-hwan, che perpetrò il “massacro di Gwanju” (1980).
I
sudcoreani e il mondo civile hanno trattenuto il respiro quando il 3 dicembre 2024
– praticamente ieri – la Corea del Sud ha rischiato di ricadere
sotto la dittatura. Improvvisamente il presidente Yoon
Suk-yeol
ha dichiarato la legge marziale e
ha fatto circondare dalla truppe l’Assemblea Nazionale, la quale ha
il potere costituzionale di respingerla. Ma c’è stata una
mobilitazione popolare, i cittadini hanno riempito le strade, mentre
i parlamentari e i loro assistenti sono riuscititi nonostante il
blocco a introdursi nella sede dell’Assemblea barricandosi dentro.
C’è stata una vera battaglia di spinte e contro-spinte alle porte,
per difendere l’Assemblea dall’irruzione, mentre in aula,
freneticamente, i parlamentari cercavano di raggiungere il numero
legale per deliberare. La democrazia è stata salvata, e in seguito
il presidente Yoon è stato destituito.
The
Seoul Guardians, film di montaggio dei giornalisti televisivi Kim
Jong-woo, Kim Shin-wan e
Cho Chul-young, è
un (veramente elettrico)
documentario che monta brani della copertura televisiva di quelle ore
convulse: veramente vediamo farsi la storia in diretta. L’eroismo
dei deputati, dei loro aiutanti e della gente comune che sbarrano la
strada a militari e polizia restituisce immagini memorabili. Era,
quello dei militari, un tentativo, come dicono gli americani,
half-assed, tant’è vero che le loro forze non spararono un colpo;
la loro speranza era di vincere con la pura intimidazione; ma questo
lo sappiamo oggi (le immagini del massacro di Gwanju aleggiano nella
mente di tutti). The Seoul Guardians è sconvolgente anche perché
consta di un doppio livello: da un lato quello storico (la storia nel
suo farsi, dicevamo); dall’altro quello psicologico e immediato,
quando nessuno ha la conoscenza complessiva dell’accaduto e v’è
una drammatica sospensione del momento in cui sulle spinte
contrapposte aleggia il fantasma dell’attimo in cui comincia a
scorrere il sangue.
The
World of Love, Yoon
Ga-eun
The
World of Love è diretto da Yoon
Ga-eun, una regista specializzata
in racconti sull’infanzia e l’adolescenza femminili (anche grazie
a un’incredibile capacità nella direzione delle giovanissime
attrici). Yoon aveva già partecipato al Far East Film Festival con il
bellissimo The World of Us, sul mondo di una bambina, e in seguito
con The House of Us. The World of Love – forse minore rispetto ai
precedenti, ma importante – conclude appunto una sorta di trilogia.
Joo-in
ha una (apparente) normale vita nella sua classe di media superiore.
Un giorno un suo compagno lancia una petizione contro il ritorno nel
quartiere di uno stupratore dopo aver scontato la pena; Joo-in si
rifiuta di firmarla perché non è d’accordo su una frase, ossia
che una violenza sessuale su una bambina le rovina la vita per
sempre. Durante un litigio, grida di avere subito una violenza
analoga anche lei – poi dice che stava scherzando. Tutto questo
manda a pezzi il suo rapporto con le amiche e nella scuola; la
ritengono una simulatrice in cerca di attenzione.
La
premessa del film può sembrare terribilmente silly, e in effetti lo
è, ma attenzione: non è stupidità dell’invenzione: è un
ritratto dell’autentica stupidità giovanile e sociale imperante.
Che poi sia realizzato con mano un po' pesante, è un altro
discorso.
In
realtà (spoiler inevitabile, e del resto chiarito abbastanza presto
nella trama) Joo-in ha effettivamente subito violenza da bambina, da
parte dello zio, che ora è in carcere. In una brutta scena,
telegrafata, però ben recitata, incolpa la madre, maestra d’asilo,
di non essersene accorta. Il motivo per cui non aveva voluto firmare
la petizione è che lei appunto non si sente e non vuole sentirsi
rovinata per tutta la vita. Il film incrocia la storia di Joo-in con
quella della madre sofferente, che si rifugia nell’alcool, del
fratellino e di altre persone.
C’è
una certa goffaggine di scrittura. Però il punto forte di Yoon Ga-eun non è tanto la peripezia quanto
il ritratto psicologico, dove le figure di Joo-in (Seo Su-bin),
della sua sfortunata madre (Jang
Hye-jin)
e anche delle sue amiche dubitanti
si stagliano assai bene.

Nessun commento:
Posta un commento