venerdì 29 maggio 2026

Far East Film Festival 2026 - Corea del Sud


The King’s Warden, Jang Hang-jun

Ben conosciuto anche dagli spettatori italiani, il periodo Joseon, quello dei classici film coreani in costume, è pieno di episodi di crudeltà (basta pensare al re Yeonsan, il “Nerone coreano”); ma uno dei più disturbanti, a vederlo in un film storico, riguarda il giovanissimo re Yi Hong-wi, che fu detronizzato da suo zio, ridotto al rango di Lord con un altro nome, mandato in esilio in uno sperduto villaggio e in seguito fatto uccidere.
Ben diretto e interpretato, il film The King’s Warden parte dagli scarni fatti storici per immaginare un’imprevedibile amicizia. Eom Heung-do (l’ottimo attore coreano Yoo Hai-jin) è il capovillaggio di un poverissimo paese di montagna e guarda con invidia al villaggio vicino, che riceve carichi di cibarie perché ospita un pezzo grosso esiliato, pieno di amici. Heung-do si dà da fare per “rubare” il prossimo esiliato ai vicini. Ma l’ospite, quando arriva, non porta ricchezze bensì pericolo: è l’ex sovrano esiliato e sorvegliato. Tuttavia, fra l’ex re e i paesani, a partire da Heung-do, si stabilisce un’amicizia, sulla basa di una salda generosità popolare. Ma il cattivissimo ministro Han Myeong-hoe (personaggio storico) non dorme
Il film non è in sé una commedia ma coglie con gusto l’occasione di sottolineare i tratti umoristici, specie nella bella interpretazione di Yoo Hae-jin – vedi una scena apertamente comica di dialogo fra lui e il magistrato locale – mentre l’ex cantante Park Ji-hoon offre un’interpretazione sorprendentemente sfumata e matura nel ruolo dell’ex re. Da segnalare anche Yoo Ji-tae, il sinistro Han Myong-hoe, e Jeon Mi-do, l’unica ancella rimasta fedele al re.
L’apertura del film, con la tortura dei cortigiani fedeli al giovane re dopo il colpo di stato, ricorda gli orrori dell’epoca e lancia su tutto lo sviluppo in chiave leggera che segue un senso di minaccia continua, che apre la strada all’elemento melodrammatico nella parte finale. Così vi sono due livelli narrativi: quello prevalente è un racconto di amabile populismo con sfumature di commedia, in cui l’ex re impara ad apprezzare l’umanità dei contadini, mentre quello laterale mostra il gioco politico-militare di un’epoca in cui non ci piacerebbe vivere.

The Seoul Guardians, Kim Jong-woo, Kim Shin-wan, Cho Chul-young

La Corea del Sud (non parliamo neanche dell’inferno in terra sopra il 38° parallelo) è uno sfortunato paese anche dopo l’epoca dei sovrani assoluti. Gli intrighi del Giappone, con l’infame assassinio della regina Myeongseong, aprirono la strada alla colonizzazione giapponese della Corea nella prima parte del XX secolo. Seguì, dopo la sconfitta del Giappone nella seconda guerra mondiale, l’invasione dei nordcoreani e cinesi, fortunatamente sconfitti, nella Guerra di Corea. In seguito la democrazia in Corea del Sud fu interrotta da vari periodi di dittatura militare, prima con la legge marziale di Syngman Rhee, poi con il colpo di stato di Park Chung-hee, e poi con quello di Chun Doo-hwan, che perpetrò il “massacro di Gwanju” (1980).
I sudcoreani e il mondo civile hanno trattenuto il respiro quando il 3 dicembre 2024 – praticamente ieri – la Corea del Sud ha rischiato di ricadere sotto la dittatura. Improvvisamente il presidente Yoon Suk-yeol ha dichiarato la legge marziale e ha fatto circondare dalla truppe l’Assemblea Nazionale, la quale ha il potere costituzionale di respingerla. Ma c’è stata una mobilitazione popolare, i cittadini hanno riempito le strade, mentre i parlamentari e i loro assistenti sono riuscititi nonostante il blocco a introdursi nella sede dell’Assemblea barricandosi dentro. C’è stata una vera battaglia di spinte e contro-spinte alle porte, per difendere l’Assemblea dall’irruzione, mentre in aula, freneticamente, i parlamentari cercavano di raggiungere il numero legale per deliberare. La democrazia è stata salvata, e in seguito il presidente Yoon è stato destituito.
The Seoul Guardians, film di montaggio dei giornalisti televisivi Kim Jong-woo, Kim Shin-wan e Cho Chul-young, è un (veramente elettrico) documentario che monta brani della copertura televisiva di quelle ore convulse: veramente vediamo farsi la storia in diretta. L’eroismo dei deputati, dei loro aiutanti e della gente comune che sbarrano la strada a militari e polizia restituisce immagini memorabili. Era, quello dei militari, un tentativo, come dicono gli americani, half-assed, tant’è vero che le loro forze non spararono un colpo; la loro speranza era di vincere con la pura intimidazione; ma questo lo sappiamo oggi (le immagini del massacro di Gwanju aleggiano nella mente di tutti). The Seoul Guardians è sconvolgente anche perché consta di un doppio livello: da un lato quello storico (la storia nel suo farsi, dicevamo); dall’altro quello psicologico e immediato, quando nessuno ha la conoscenza complessiva dell’accaduto e v’è una drammatica sospensione del momento in cui sulle spinte contrapposte aleggia il fantasma dell’attimo in cui comincia a scorrere il sangue.

The World of Love, Yoon Ga-eun

The World of Love è diretto da Yoon Ga-eun, una regista specializzata in racconti sull’infanzia e l’adolescenza femminili (anche grazie a un’incredibile capacità nella direzione delle giovanissime attrici). Yoon aveva già partecipato al Far East Film Festival con il bellissimo The World of Us, sul mondo di una bambina, e in seguito con The House of Us. The World of Love – forse minore rispetto ai precedenti, ma importante – conclude appunto una sorta di trilogia.
Joo-in ha una (apparente) normale vita nella sua classe di media superiore. Un giorno un suo compagno lancia una petizione contro il ritorno nel quartiere di uno stupratore dopo aver scontato la pena; Joo-in si rifiuta di firmarla perché non è d’accordo su una frase, ossia che una violenza sessuale su una bambina le rovina la vita per sempre. Durante un litigio, grida di avere subito una violenza analoga anche lei – poi dice che stava scherzando. Tutto questo manda a pezzi il suo rapporto con le amiche e nella scuola; la ritengono una simulatrice in cerca di attenzione.
La premessa del film può sembrare terribilmente silly, e in effetti lo è, ma attenzione: non è stupidità dell’invenzione: è un ritratto dell’autentica stupidità giovanile e sociale imperante. Che poi sia realizzato con mano un po' pesante, è un altro discorso.
In realtà (spoiler inevitabile, e del resto chiarito abbastanza presto nella trama) Joo-in ha effettivamente subito violenza da bambina, da parte dello zio, che ora è in carcere. In una brutta scena, telegrafata, però ben recitata, incolpa la madre, maestra d’asilo, di non essersene accorta. Il motivo per cui non aveva voluto firmare la petizione è che lei appunto non si sente e non vuole sentirsi rovinata per tutta la vita. Il film incrocia la storia di Joo-in con quella della madre sofferente, che si rifugia nell’alcool, del fratellino e di altre persone.
C’è una certa goffaggine di scrittura. Però il punto forte di Yoon Ga-eun non è tanto la peripezia quanto il ritratto psicologico, dove le figure di Joo-in (Seo Su-bin), della sua sfortunata madre (Jang Hye-jin)
e anche delle sue amiche dubitanti si stagliano assai bene.

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