Olivier Assayas
Due
film storici recentissimi rievocano due momenti diversi della genesi
dell’infame regime russo d’oggi. Il primo è il bellissimo Due
procuratori di Sergej Loznitsa, che si svolge nel 1937 durante il terrore staliniano; il secondo è il (solo) passabile Il mago del
Cremlino – Le origini di Putin di Olivier Assayas.
Il
mago del Cremlino porta sullo schermo il romanzo omonimo di Giuliano
da Empoli trascrivendolo pressoché verbatim, e questo è il problema
della sceneggiatura di Assayas ed Emmanuel Carrère. Gli
sceneggiatori si son trovati davanti un invitante piatto di pappa
pronta e hanno pensato bene (incredibile, visti i nomi) di
trasportarla sullo schermo pari pari.
Il
film copre diversi anni che vanno dalla sbornia di libertà del
periodo di Eltsin (dal quale emersero gli oligarchi) all’ascesa e
al consolidamento del potere di Putin (un grande Jude Law) fino ai
cupi giorni attuali. Tutto è visto attraverso Vadim Baranov (Paul
Dano), figura di fantasia ispirata a quella reale di Vladislav
Surkov. Nel film Baranov, in ritiro, narra la sua storia a un
ricercatore americano (Jeffrey Wright), figura umbratile che serve al
film solo come sparring partner nella conversazione. Da regista
teatrale Baranov diventa produttore televisivo di successo e poi –
tramite l’oligarca Berezkovskij, destinato a una brutta fine –
conosce Putin e diventa suo spin doctor, consigliere e infine
totalmente complice.
Olivier
Assayas è indubbiamente un artista, con grandi film all’attivo, da
Irma Vep a Clean a Doubles Vies. Altre volte però Assayas è verboso
e didattico. Il mago del Cremlino soffre alquanto di questi difetti
(all’inizio il predominio di una doppia voce narrante è assai
discutibile). I dialoghi sono pomposi, pieni di frasi gnomiche. La
messa in scena – dove appaiono non solo gli episodi autentici ma
molte figure reali, come Prigozhin – è però una cavalcata storica
tanto terrorizzante quanto accurata sul piano fattuale. Questo se perdoniamo un singolo dettaglio imperdonabile: in una scena Eltsin
ubriaco legge un discorso sul gobbo elettronico, e l’inquadratura
ce lo mostra: in inglese (una sciatteria indegna di Assayas).
Il
film è uno studio del totalitarismo in generale e su quello russo in
particolare; la mentalità di Putin è assai ben delineata;
illuminante il suo discorso su Stalin che era amato non nonostante i
massacri, come credono gli intellettuali, ma a causa dei massacri.
Vadim Baranov, con la sua mentalità vagamente dadaista e con la sua
concezione della politica come psicodramma e inganno collettivo
(teorizza il Kitsch come l’unico modo di comunicare con le masse)
poteva davvero risultare una figura shakespeariana; ma va detto che
la sua psicologia resta esteriore. Piuttosto vacua come figura anche
Alicia Vikander, la sua amante Xenia. Molto meglio (ma era più
facile) il gelido Putin di Jude Law.
Il
film di Assayas è indubbiamente interessante, dopo il cattivo
inizio, ed è appassionante come valore storico e informativo:
insomma va visto. Sul piano artistico, però, non convince appieno.

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