sabato 21 settembre 2019

C'era una volta a... Hollywood

Quentin Tarantino


Disclaimer: questa recensione è piena di spoiler (Tarantino direbbe of fucking spoilers) e chi voglia leggerla è caldamente consigliato di farlo solo dopo aver visto il film.

C'era una volta a... Hollywood, com'è giusto per un film di Quentin Tarantino, è un film di corpi. Corpi segnati di cicatrici come lo stuntman Cliff Booth (Brad Pitt); corpi logori con occhiaie di preoccupazione e stanchezza come l'attore in declino e bevitore Rick Dalton (Leonardo DiCaprio); corpi che russano pesantemente quando dormono come due belle donne nel film; corpi sporchi come le hippies che rovistano come ratti nella spazzatura; corpi che sanguinano.
Al fondo di questo bellissimo film giace un concetto: la fragilità dei corpi degli attori (l'alcoolismo, l'invecchiamento, le delusioni che segnano il viso) in contrapposizione all'eternità im/materiale dei corpi filmici sulla pellicola. Il cinema è immortale, i corpi degli attori no.
E siccome i vicini di casa di Rick sono Roman Polanski e Sharon Tate, ci aspettiamo che questo concetto sfoci dolorosamente nel suo assassinio per mano della banda Manson. Tanto più che Tarantino – in uno dei suoi improvvisi momenti di poesia –sottolinea l'innocenza di Sharon Tate (interpretata da Margot Robbie) mostrandocela che va al cinema a rivedere Missione compiuta stop. Bacioni Matt Helm dove appare in un ruolo secondario, e nella sua ingenua felicità è commovente quanto Audrey Hepburn. Non solo il suo assassinio fa parte dell'enciclopedia” dello spettatore ma il film, quando il momento si avvicina, sembra prepararlo con la freddezza cronachistica della ricostruzione storica: didascalie di tempo incalzanti (quindi drammatizzanti) e presenza narrante della voce over. Questa non è mai soggettiva nel film ma è materializzazione dell'istanza narrante del racconto (vedi l'elemento di complicità, quando compare per la prima volta a inizio film, per un precisazione completa del consueto fucking tarantiniano): in base alle convenzioni del cinema possiede uno statuto di indiscutibilità.
Ma... ma quando si arriva al dénouement la storia si rovescia. Tarantino riscrive il passato: i tre hippies assassini non entrano nella villa dove c'è l'indifesa Sharon Tate coi suoi amici, bensì in quella accanto, dove stanno i protagonisti Rick e Cliff (l'uno sbronzo, l'altro fatto di LSD) e il pitbull Brandy – e mal gliene incoglie. E' un vero godimento vedere i tre bastardi morire di mala morte. Tarantino fa fuori le carogne hippie come aveva fatto fuori le carogne naziste in Inglorious Basterds (chi è cresciuto come lui guardando vecchi film e vecchie serie tv, c'è poco da fare, è cresciuto con una morale). La storia fattuale – in Basterds la grande storia, qui la cronaca nera – può venire corretta: come sempre per Tarantino il cinema è il luogo dove l'immaginario può riparare illusoriamente (“C'era una volta...”) alle colpe della realtà.
Si potrebbe osservare che c'è uno iato fra la prima e la seconda parte del film, del resto esplicitato anche da un lungo “nero” cui segue la didascalia “Sei mesi dopo”: quasi due film, o se preferiamo, un film e il suo seguito, satiricamente pessimista il primo, fiabescamente ottimista il secondo. E', questo iato indubbiamente spiazzante, una discrasia, un difetto dell'opera? Non mi pare: Tarantino ama la “forma doppia”: penso non solo a Dal tramonto all'alba (che è un prodotto Tarantino-Rodriguez anche se lo firma il secondo) ma a Grindhouse (altro prodotto dei due) nella sua concezione originale massacrata dai distributori italiani, o al doppio andamento della coppia Kill Bill, o ai due tempi, voluti dall'autore più che imposti dalla lunghezza, di The Hateful Eight.

Questa ampia e nostalgica rievocazione della Hollywood degli anni Sessanta tra realtà e fantasia, è un film buddy-buddy, di amicizia virile, quasi hawksiano nella concezione dei due protagonisti, Rick e la sua controfigura Cliff (Tarantino, lo sappiamo, ama gli stuntman), e del loro rapporto ineguale ma solido. Due figure segnate da una doppia sconfitta. Rick sta andando giù dopo aver rovinato la propria carriera lasciando la serie televisiva di successo Bounty Law per cercare di affermarsi sul grande schermo (mentre tutti, compresi gli assassini!, continuano a ricordarlo per il suo personaggio in quella vecchia serie). Cliff non trova lavoro a Hollywood perché gira la voce che abbia ucciso la moglie (nel flashback in barca con lei che stra-rompe, l'ellissi provvista dal fine flashback è vivamente ironica) riuscendo a cavarsela. Rick è piuttosto infantile, beve troppo e si piange addosso; la leggera balbuzie che emerge ogni tanto denuncia la sua insicurezza. Cliff – usato dall'altro come autista e uomo di fatica – nel film appare come il “vero uomo” del cinema western: forza e dignità. Infatti è puro western la sua entrata nello Spahn Ranch, il covo degli hippies di Charles Manson, dove in assenza del capo regna un'inquietante Dakota Fanning. La bellissima inquadratura degli hippies che entrano silenziosi in campo di spalle seguendo Cliff pertiene però all'horror.
Nelle figure dei due protagonisti Tarantino, secondo il suo modo usuale, rifonde e concentra una quantità di ricordi storici e suggestioni. Ciò gli offre l'occasione di un'affascinante serie di scherzi cinefili che incrociano riferimenti autentici e reinvenzioni (questo è un film che andrebbe visto almeno due volte per apprezzarne la ricchezza), con Rick che appare in serie tv realmente esistenti (esclusa Bounty Law) e Cliff che litiga e si batte con Bruce Lee, ben interpretato fra citazionismo e parodia da Mike Moh. Tarantino reinventa la storia del cinema, con quell'acribia filologica che possiede; per esempio, il passaggio sui “western spaghetti” interpretati da Rick in Italia è di una giustezza fenomenale – non dico per gli (pseudo)film attribuiti a Corbucci, Margheriti e Ferroni, ma chi altri avrebbe pensato a mettercene uno del grande Joaquin Romero Marchent?
Sono una delizia le clip dei film e telefilm interpretati da Rick che costellano il film, coi loro colori segnati dal tempo stile Grindhouse, come il film di guerra con Rick/McCluskey che arrostisce i nazi col lanciafiamme (il nome del personaggio è ovviamente un omaggio a McKlusky, metà uomo metà odio di Joseph Sargent). Il più eccezionale è però un film mai realizzato nemmeno nell'universo immaginario di C'era una volta a... Hollywood: vediamo una scena ipotetica de La grande fuga di John Sturges, che Rick aveva sperato di interpretare quando Steve McQueen si era ammalato, e la vediamo con Leonardo DiCaprio inserito digitalmente al posto di Steve McQueen.
Quando Tarantino si diverte e si dilunga a mostrarci le riprese del pilot della serie tv Lancer, interpretato da Rick nella parte del cattivo, regia di Sam Wanamaker, si fa notare un passaggio. Rick dimentica le battute e deve ovviamente riprendere da un punto prima; sentiamo la voce off del regista ma senza “Cut!”, non c'è una reale interruzione, non vediamo il dispositivo (cineprese eccetera); ovvero, siamo a metà strada fra il cinema e la realtà: la scena ci dice come per Tarantino il cinema sia realtà assoluta.

E' sul set di Lancer che Rick incontra la figura memorabile della bambina geniale (la piccola attrice, Julia Butters, deve avere qualcosa in comune col suo personaggio!), chiacchiera con lei ottenendo una lezione di recitazione che gli servirà, ma poi piange perché il romanzo western che sta leggendo su un domatore di cavalli in declino rispecchia la sua storia; l'incontro fra i due si sviluppa quasi in un mini-film commovente. Ecco di nuovo il gusto narrativo tarantiniano per le linee digressive. Quasi rossellinianamente in Tarantino l'inessenziale diventa essenziale.
A tale proposito: Tarantino è sempre l'uomo dei dialoghi fulminanti e vagamente filosofici, che non mandano avanti l'azione ma sono gemme del film. Qui forse sono meno filosofici ma spassosi come sempre – per esempio la tirata di Al Pacino, agente cinematografico, sui ruoli di cattivo come indice di decadenza di un attore (conclusa da un'esilarante parodia della serie tv Batman), o l'impagabile discussione fra Cliff e il vecchio Spahn (Bruce Dern).
Così abbiamo menzionato qualche nome supplementare di attore. Senza togliere nulla al gigantesco Leonardo DiCaprio e agli eccellenti Brad Pitt e Margot Robbie, ricordiamo che uno dei punti forti di Tarantino è la capacità “sinfonica” di ottenere una grande recitazione collettiva. In questo quadro val la pena di menzionare la giovane Margaret Qualley (figlia di Andie McDowell) nel ruolo di Pussycat – che esibisce un'ammirevole abilità di mimo.
E poi – ça va sans dire – in un film di Quentin Tarantino non può mancare il feticismo dei piedi femminili, che è una specie di firma, e qui trionfa in più bellezze diverse – a partire da Margot Robbie, dal cui bel piede nudo inizia la panoramica sul suo corpo mentre dorme a letto, più Margaret Qualley, e anche Lorenza Izzo (Francesca, la nuova moglie italiana di Rick). Ma stavolta c'è qualcosa in più. Come già accennato, sia Sharon Tate nella scena citata sia Francesca sull'aereo russano tutt'altro che dolcemente. Eh sì: anche le belle possono russare forte – e Tarantino ha il coraggio di mostrarlo.

All'inizio del film Rick esprimeva a Cliff come un sogno irrealizzabile la fantasia che essere vicino di casa di Roman Polanski lo portasse a fare un film con lui. Alla fine del film scopriamo che Sharon Tate è una sua ammiratrice... sempre per quella serie tv! Lo invita a casa propria – e l'apertura del grande cancello ha un valore simbolico perfetto. Un delizioso movimento in gru sale in verticale, passa sopra le piante e inquadra lo spiazzo davanti alla villa con Sharon Tate che abbraccia Rick. Su questo appare il titolo, dove il riferimento a Sergio Leone si trasforma nel finale di soddisfazione delle fiabe: Once Upon a Time in... Hollywood.

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