lunedì 7 novembre 2016

Tokyo International Film Festival 2016

Siccome ho potuto passare solo alcuni giorni al 29° Tokyo International Film Festival, queste note non possono essere un panorama esaustivo del festival; ma spero possano interessare comunque i lettori appassionati di cinema orientale (privilegiato nella scelta delle visioni). Domanda inevitabile: si vedranno alcuni di questi film al prossimo Far East Film Festival di Udine? Spero vivamente di sì.
Partiamo con il concorso ufficiale. Il migliore tra i film che ho avuto modo di vedere è Die Beautiful del filippino Jun Robles Lana, il regista di Barber's Tales. Magnificamente interpretato (lo stupefacente Paolo Ballesteros ha vinto il premio come miglior attore), è la storia della vita – amori, amarezze, anche l'adozione e la crescita di una bambina orfana – di due transessuali, Trisha e Barbs, amici fin dagli anni del liceo. Contemporaneamente è uno sguardo sul mondo trans filippino, sulla difficile condizione degli omosessuali, e su quella bizzarra istituzione che sono i concorsi locali per drag queens, svolti anche nei piccoli paesi. Contemporaneamente è una panoramica e un'ironica epopea del make-up (l'arte delle due). Un film pieno di umanità, dramma e commedia allo stesso tempo, che narra la storia di questa doppia vita (rievocata a partire dalla veglia funebre di Trisha, morta giovane per un aneurisma) con un contagioso umorismo. Se già tutto questo lo renderebbe un film notevole, ciò che lo rende eccezionale è il modo in cui la storia viene narrata, con continui salti di tempo, in un vortice di rimandi e di anticipazioni che trovano la loro spiegazione in seguito; quest'uso dell'analessi, rinforzato da un montaggio prodigioso, è uno dei più belli che abbia mai visto.
Nel notevole Mr. No Problem di Mei Feng (Cina), ambientato in campagna ai tempi della guerra cino-giapponese, l'argomento è la gestione di una grande fattoria, tra il direttore in carica, quello che lo sostituisce (o cerca di farlo) e uno pseudo-intellettuale opportunista che col vecchio direttore ha trovato il paese di Bengodi. Ma questa storia di maneggi e colpi bassi rappresenta anche una vasta metafora, non priva di sarcasmo, della democrazia e del socialismo. La bella fotografia in b/n è basilare nell'impostare il dialogo, ricercato dal film, tra aspetti cinematografici e teatrali: apportando un elemento di astrazione che si esalta quando – nei dialoghi di due personaggi secondari, marito e moglie – viene richiamato direttamente il palcoscenico.
Snow Woman di Sugino Kiki (Giappone) è tratto da uno dei racconti di fantasmi giapponesi di Lafcadio Hearn (un occidentale che andò a vivere in Giappone “nipponizzandosi” totalmente). Ora, già nel 1964 Kobayashi Masaki aveva tratto dai racconti di Hearn, compreso questo, il memorabile Kwaidan. A Kobayashi Snow Woman è debitore non solo sul piano narrativo ma anche su quello visuale. Con la differenza che Kobayashi – coi suoi esterni realizzati in studio e i folli fondali che creano un cielo irreale realizza un incrocio fra realismo e astrazione, mentre Snow Woman è girato en plein air; ma la parentela visuale è innegabile. Assai ben interpretato dalla stessa regista nel ruolo principale, il film racconta la storia, presente nel folklore di tutto il mondo (anche in Friuli!), dell'uomo che sposa una pericolosa creatura soprannaturale, la quale lo abbandona per sempre quando lui l'accusa di essere tale. Pieno di fascino, Snow Woman è un'opera di raggelata eleganza: ha la bellezza gelida e fragile di un cristallo di neve.
Invece un pasticcio arty senza interesse, nonostante le buone intenzioni e qualche buona idea, è Japanese Girls Never Die di Matsui Daigo (Giappone): se già il suo Afro Tanaka non era convincente al cento per cento, questo film è un passo indietro. Ci possiamo consolare col gustosissimo Shed Skin Papa di Roy Szeto (Hong Kong), ambiziosa commedia surreale con Louis Koo e Francis Ng. Dopo la morte del padre malato di Alzheimer, il protagonista (un aspirante regista fallito) se lo ritrova riapparso in casa, e moltiplicato per sette – ovvero, in sette versioni corrispondenti a sette età della sua vita (nota che questo è anche un modo per guardare alla storia di Hong Kong). Pieno di fantasia e comicità, il film non manca di lanciare un paio di puntute frecciate alla Cina continentale come ci si può aspettare da Roy Szeto.
Passando ora alle altre sezioni, comincerò da un beniamino del Far East Film Festival, il giapponese Yamazaki Takashi (Always, The Eternal Zero, Parasyte), con A Man Called “Pirate” (titolo di lavorazione, sperabilmente provvisorio). Il forte di Yamazaki è una grande capacità di rievocazione del passato, basicamente lirica ma anche capace di vigore epico. La mette a frutto anche in questo biopic su un grosso commerciante di petrolio giapponese che tira avanti in lotta contro tutto e tutti dal periodo anteguerra fino agli anni sessanta. Il film, francamente patriottico, mantiene un'indefettibile impostazione eroica rispetto al personaggio, il che non impedisce al racconto di svolgersi in modo, oltre che coinvolgente, toccante. La prima parte è una bella descrizione della Tokyo anteguerra; la parte centrale si dilunga sulle lotte intestine nel mondo degli affari del dopoguerra; l'ultima è ricca di suspense, con la pericolosa spedizione di una petroliera a comprare petrolio nell'Iran sotto blocco inglese. Anche se non siamo al livello delle opere sopra citate, il film ha il piacevole calore tipico del regista, né mancano pagine all'altezza del miglior Yamazaki: cito solo quella, bellissima, del ritorno dei soldati dopo la sconfitta.
Un altro autore giapponese ben noto al pubblico del Far East Film è Hiroki Ryuichi. Con P&JK il regista degli splendidi River e The Egoists va sul commerciale, dedicandosi a illustrare un manga su un poliziotto trentenne che sposa una liceale sedicenne – con un coetaneo della ragazza, il classico teppista dal cuore buono, a fare da terzo incomodo. Il film è francamente debole; devo dire però che col passare dei giorni non lascia un cattivo ricordo. Bello, in particolare, un fantasioso finale con l'uscita di marito e moglie rappacificati dalla scuola, con un codazzo di studenti – che inopinatamente si trasforma in balletto da musical!
Non è del tutto convincente ma certo interessante il filippino Birdshot di Mikhail Red. Una ragazza, figlia di un poveraccio, uccide un'aquila appartenente a una specie protetta in un parco naturale. Due poliziotti investigano su questo fatto e sulla sparizione di un'intera corriera di contadini; su quest'ultimo caso, però, si vede subito che le autorità non vogliono sia fatta luce, il che manda in crisi il poliziotto giovane della coppia. Il film dipinge un quadro delle Filippine profonde, viste come l'anticamera dell'inferno, ora con tocchi vigorosi ora con cadute di tono. La contraddizione principale di Birdshot è che all'inizio crea un'atmosfera misteriosa e quasi fantastica, unheimlich, mentre la seconda parte diventa un dramma politico alla Mississippi Burning, il cui realismo brutale non sembra integrarsi bene con la prima parte.
Meno rilievo ha A Woman Wavering in the Rain di Hanno Yoshihiro (Giappone), un thriller che mira al film d'arte, in cui un derelitto che lavora come operaio e vive in una baracca accoglie presso di sé un'altra derelitta, portandola via a un cialtrone che vuole farla prostituire. Però tutti e due nascondono dei segreti che in realtà li legano – purtroppo, vien voglia di dire, perché il film diventa via via più forzato man mano che procede.
Let's Go JETS! - From Small Town Girls to U.S. Championship di Kawai Hayato (Giappone): il sottotitolo dice tutto. E' l'ennesima riproposizione del team movie in cui un gruppo super-motivato parte da zero e arriva all'obiettivo massimo; abbiamo già visto il modello in tutti i tipi di sport e attività, comprese le chitarre hawaiane; stavolta tocca alle cheerleaders di un liceo di provincia che, dapprima sfigatissime, riescono a vincere il campionato statunitense di cheerleading con tre anni di dura preparazione (fra loro c'è Hirose Suzu, la memorabile sorella minore di Little Sister di Kore-eda). Non un film spiacevole (c'è qualche tocco divertente, e i soliti accenni sentimentali sono trattati in modo umano) ma certamente delude il suo conformarsi senza originalità al canone.
Nel giapponese Going the Distance di Harumoto Yujiro, un onest'uomo si sente in debito con un amico (gli ha presentato un truffatore, il quale lo ha ripulito di tutto il suo denaro): per cercare di risarcirlo entra in urto con la fidanzata, manda a monte il matrimonio e finisce in assoluta rovina. Il film è piuttosto freddo; probabilmente il regista avrebbe fatto meglio ad adottare un tono tendente alla commedia aspra (penso a film come Himeanole o Three Stories of Love) piuttosto che una correttezza un po' secca che finisce per stancare.
Menziono solo di passaggio altri tre film giapponesi: Drowning Love di Yamato Yuki, tratto da uno shojo manga, dramma di amore giovanile con qualche bella immagine, pieno di un romanticismo kitsch e inzeppato di flashback per allungare il brodo; The Sowing Traveller 3 di Sasabe Kiyoshi, filmetto d'ambiente agricolo che non si capisce quali titoli avesse per entrare in un festival; e quell'esempio di assoluta incompetenza registica che è Grab the Sun di Nakamura Yutaro. Ma per chiudere in bellezza: nella sezione World Focus il festival presentava Operation Mekong di Dante Lam (Hong Kong-Cina), un grande film d'azione hongkonghese, con un ritmo perfetto servito da un montaggio accuratissimo (c'è una scena dentro un centro commerciale che è una vera pièce de resistance). A parte la sua piacevolezza adrenalinica, con scontri e car chasing (o anche boat chasing) da far piangere d'invidia gli americani, ci sono alcuni particolari indimenticabili come il gioco alla roulette russa dei bambini-soldato imbottiti di droga (Il cacciatore in una versione ancora più malata e perversa!). O un paio di passaggi – sto pensando a un momento in cui il gangster e il poliziotto finto gangster apprendono contemporaneamente al cellulare che la copertura è saltata, e si guardano un attimo negli occhi, gran campo/controcampo, prima di cominciare a sparare – in cui addirittura Dante Lam sembra Ringo Lam. E questo non è un complimento da poco.






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