domenica 1 novembre 2015

The Walk

Robert Zemeckis



Robert Zemeckis ha sempre amato dipingere le situazioni estreme. Un detective hard-boiled che vive in un mondo misto di umani e cartoons ed è costretto a diventare lui stesso un cartoon (è il senso del finale di Chi ha incastrato Roger Rabbit). Un naufrago su un’isola che ha solo una faccia dipinta su un pallone con cui parlare. Due donne morte-vive che nascondono la decomposizione sotto chili di trucco. Un pilota ubriaco costretto a compiere un volo coll’aereo rovesciato. E come dimenticare le pericolose passeggiate nel tempo di Marty McFly?
Metaforicamente possiamo dire che Zemeckis è attratto dai personaggi che camminano in bilico su una corda. Ora la metafora si avvera con The Walk, epica del funambolismo che racconta la camminata sul filo di Philippe Petit fra le Twin Towers il 7 agosto 1974.
Sgombriamo subito il campo dall’idea che l’attrattiva di The Walk consista semplicemente nella camminata: scena madre, certo, ma l’inevitabile fascino di un funambolo sul filo a 415 metri di altezza, con sotto lo spazio vertiginoso in 3D, non basterebbe a supportare un intero film. The Walk vive per il suo senso complessivo, e non solo per quella scena. Nonostante il suo linguaggio moderno, è un solido film all’antica; Zemeckis – anche co-sceneggiatore con Christopher Browne, dal libro di Petit - ha, in modo molto classico, diviso il film in tre atti e un epilogo.
Primo atto: formazione. Con un amabile tono bohémien (la descrizione iniziale di una Parigi fatata, piena di giochi e spettacoli per strada), e con uno svolgimento amoroso delicato, quasi da innamorati di Peynet, il film ci mostra la passione di Petit (l’ottimo Joseph Gordon-Levitt, addestrato da Petit in persona) per il funambolismo, nonché il suo primo addestramento sotto la ruvida guida di Papa Rudy (Ben Kingsley). E’ in questa sezione, più che nelle altre due, che Zemeckis sfoggia quella gradevole modernità di linguaggio, che dà un tocco di leggerezza.
Nel secondo atto, l’organizzazione della camminata fra le Twin Towers, il film diventa in tutto e per tutto uno heist movie: un thriller su un colpo grosso, come svuotare una banca. Il colpo di genio di Zemeckis e Browne è proprio l’ostinazione nel raccontare un’azione certo not totally legal (sono parole vere di uno dei “complici”) ma non criminale attenendosi accuratamente alla retorica e agli stilemi del cinema del crimine: l’attenta preparazione, l’osservazione del luogo, i complici infidi, l’audacia dei primi passi, la suspense dell’inevitabile imprevisto che rischia di far saltare tutto. Così viene attivata tutta quell’attrazione che arriva a farci battere il cuore per ogni intoppo perfino quando vediamo preparare un’azione da galera (potenza del punto di vista!), ma qui agganciandosi a quella leggerezza e quella tollerante adesione psicologica già costruite.
Il terzo atto - la camminata, inquadrata per lo più "a piombo" - è un’esplosione spettacolare: tutti i fili accuratamente preparati in precedenza vengono tesi al massimo (non è un indice della riuscita del film il fatto che ci sentiamo portati a parlarne con metafore tratte dallo stesso?). C’è qualcosa di sadico nel modo in cui The Walk sfrutta al massimo la durata, con Petit che quando vede i poliziotti accorsi sulla Torre si volta e torna indietro, poi lo fa di nuovo, si inginocchia, perfino si sdraia sul filo… Non importa qui quanto sia successo realmente e quanto no (ci sono libri e documentari, ma si può trovare subito un interessante articolo sul sito History vs Hollywood). Quel che importa è che è grande cinema di suspense, la tensione è come carta vetrata sui nervi, e si prova la voglia di unirsi ai poliziotti nell’implorare Petit di smettere.
Ora parliamo del 3D. Bisogna ricordare che il film è narrato in flashback dal protagonista che sta sulla cima della Statua della Libertà, con sul fondo le Twin Towers nel sole, e in mezzo uno specchio azzurro di mare. Quest’inquadratura ricorrente esprime visivamente il concetto base del 3D come lo usa Zemeckis: la distanza. Siccome la natura del 3D è di amplificare la lontananza fra i piani, esso favorisce l’idea di una distanza invalicabile; è lo stesso uso che ne ha fatto Cuarón per Gravity (diverso, naturalmente, quello bellissimo di Wenders in Ritorno alla vita). Il 3D in The Walk serve a mettere in risalto questa distanza paurosa del sotto, così lontano oltre il vuoto dell’aria, e così tanto più minaccioso. I funamboli, ci informa Petit nel film, non guardano mai in basso. Ma noi spettatori sì, noi guardiamo per lui, e l’abisso del 3D è per noi.
La parte finale fornisce un caldo, e imprevedibile, epilogo. Mentre molte sceneggiature avrebbero insistito sul successo raggiunto, o avrebbero smiagolato sull’improvvisa separazione fra Petit e la bella (Charlotte Le Bon), The Walk si eleva a un tono umanistico diventando un’elegia delle Twin Towers - alle quali l’impresa di Petit ha “dato un’anima”.
Non c’è mai, in questo sguardo retrospettivo, una menzione nemmeno implicita all’11 Settembre. Proprio questa omissione, così voluta, così patente, da rientrare nella figure retorica dell’aposiopesi (o reticenza), rende il disastro delle Twin Towers di nuovo dolorosamente vicino. E qui diventa possibile tracciare un collegamento ideale con la Parigi sognante del primo atto: dopo l’11 settembre quella spensieratezza dans la rue è diventata un ricordo, appartiene allo stesso modo delle Twin Towers nel sole alla dolcezza di un passato che è passato. 

1 commento:

Sam Gamgee ha detto...

Miglior commento critico che io abbia letto. :)