venerdì 12 dicembre 2008

Bolt - Un eroe a quattro zampe

Byron Howard e Chris Williams

Il cartone animato americano vive davvero una fase esaltante. Non ha fatto in tempo a sparire dalle nostre sale l’eccezionale “Wall-E” che ci arriva l’ottimo “Bolt – Un eroe a quattro zampe” – quest’ultimo, dalla Disney “in proprio” e non dalla Pixar (ma John Lasseter è produttore esecutivo). Realizzato in 3D, il film è piacevole pure se proiettato “flat” – dove l’origine tridimensionale è resa manifesta solo dal numero di oggetti che vengono puntati o volano verso lo schermo.
Merito numero uno di “Bolt” è l’ intelligente sceneggiatura di Dan Fogelman e Chris Williams (regista assieme a Byron Howard), ottima sia per i dialoghi di questi animali umanizzati sia per l’impostazione generale. “Bolt” è un “Truman Show” canino, incrociato con la riflessione satirica sul cinema “action” del capolavoro di John McTiernan “Last Action Hero” (“L’ultimo grande eroe”).
Il cane Bolt è cresciuto convinto di essere una specie di Superdog dagli incredibili poteri, che usa per aiutare la sua padroncina Penny nella lotta contro il malvagio Dr. Calico. E fra tutti è l’unico a ignorare che tutti i suoi exploit sono trucchi e che la sua vita eroica è un telefilm filmato a sua insaputa (anche Penny si presta all’imbroglio, seppur controvoglia). Accidentalmente Bolt finisce separato da Penny e spedito incosciente sull’altra costa. Convinto che sia stata rapita dal Dr. Calico, deve tornare a Hollywood per salvarla. Fa prigioniera la gatta-gangster Mittens (grande rievocazione della donna “streetwise” del cinema noir, losca e malinconica,che nasconde sotto la scorza di cinismo un cuore d’oro ferito dalla vita), credendola complice del criminale, e la costringe ad accompagnarlo nel viaggio assieme all’entusiastico criceto Rhino. Ma proprio come Schwarzenegger in “Last Action Hero” ben presto Bolt si accorge che la realtà effettiva è ben diversa da quella dell’universo del cinema d’azione. Superbo dialogo dopo un incidente: “Che cos’è questo liquido rosso che mi esce dalla zampa?” – “Si chiama sangue, eroe” – “E… mi serve?”
All’inizio di “Bolt” (e il gioco è ripreso nel finale) crediamo di vedere il film mentre quello che stiamo vedendo è il film-nel-film, il telefilm di Bolt. Ed è, questo dello statuto di verità della visione, il grande “topos” del cinema moderno (mentre la domanda dello spettatore del cinema classico era “Cosa sta succedendo?”, quella dello spettatore del cinema contemporaneo è “Cosa sto vedendo?”). Il rifacimento cartoonistico realizza una perfetta imitazione del (macro)genere “action”, con tutti i suoi stilemi di ritmo, montaggio, inquadrature, spietatezza.
Quando poi nella storia “reale” Bolt, credendosi ancora un supercane, tenta un gran salto e fallisce, il racconto filmico col suo ralenti riprende il linguaggio enfatico dell’“action movie” - parodisticamente, certo, ma anche come proiezione psicologica del modo in cui Bolt lo vive. Ma c’è di più: anche le azioni eroiche di Bolt dopo che ha compreso di non possedere superpoteri (la liberazione di Mittens, il salvataggio di Penny) sono raccontate in termini di pura “action”. Così, “Bolt” assume un valore metacinematografico che appunto lo ricollega - al di là della similarità tematica - al (misconosciuto) capolavoro di John McTiernan prima citato.
Questo cartoon si sviluppa quindi intersecando una quantità di linee tematiche. Il discorso metacinematografico sull’“action” e sulla realtà; la “comedy” sul mondo animale (il rimpallo fra l’ingenuo Bolt e la navigata Mittens è una delizia); il tema della “rinascita” di Bolt (potremmo dire: da Superdog a everydog), passando per la classica punta mélo disneyana; e, “last but not least”, la satira passabilmente puntuta della macchina hollywoodiana, in un film dove tutti gli esseri umani - con la sola esclusione di Penny e della sua non brillantissima madre - fanno davvero una figura da bestie. Niente male per un film che intende in primo luogo divertire e ci riesce brillantemente.

(Il Nuovo FVG)

2 commenti:

ba ha detto...

Placereani, io lo sapevo già, ora lo sa anche Artù, bassotto a pelo ruvido che mi ospita: mi ha detto di dirle chelei è un genio. E gli altri "critici" sono Gatti.

Ossequi

giorgioplac ha detto...

Caro amico,
grazie e bau. Ma non parliamo troppo male dei gatti: non è mica colpa loro se non sono nati cani!