lunedì 22 settembre 2008

Hancock

Peter Berg

Scrivendo una recensione, uno dovrebbe cercare di evitare gli spoiler: ma non sempre è possibile; figurarsi se un film consta di tre sceneggiature avvitate una sull’altra, come “Hancock” – per cui la recensione diventa uno spoiler triplo.
L’idea di partenza è interessante. Provate a immaginare se Superman, invece di essere Clark Kent, avesse scelto di essere John Belushi. Hancock (Will Smith) è un supereroe sporco, ubriaco, puzzolente di whisky, che dorme sulle panchine come un barbone, che quando vola fa disastri: non solo si scontra coi piccioni (questo a Superman non capita mai) ma per catturare tre delinquenti in auto produce milioni di dollari di danni. Morale, a Los Angeles nessuno lo sopporta più.
“Hancock” pone in chiave di comedy lo stesso tema de “Il cavaliere oscuro” di Christopher Nolan: il rifiuto popolare del supereroe nel periodo storico (di decadenza morale) che stiamo vivendo. Lo pone in modo meno pomposo e retorico del film di Nolan, in modo umoristicamente deformato, ma lo pone, inserendosi in una ricca tradizione recente che comprende ad esempio la trilogia degli X-Men, il geniale cartoon “Gli Incredibili”, il secondo “Hellboy” di Guillermo Del Toro. Una tradizione, del resto, che è l’ultima propaggine della grande riflessione del cinema americano contemporaneo sull'essenza stessa del supereroe, al cui vertice si situano tre capolavori (i due “Batman” di Burton e il contorto e affascinante “Unbreakable” di Shyamalan) e un semplice, fulminante frammento (il discorso del personaggio eponimo su Superman in “Kill Bill” di Tarantino).
Ecco allora che si pone per Hancock - pronubo il giovane PR idealista Ray (Jason Bateman) - il problema di riabilitarsi agli occhi dei cittadini. Anche se, quando Ray dice “Ti insegnerò a interfacciarti col pubblico”, potete immaginare l'occhiata di Will Smith. Il prezzo sarà di accettare di andare in prigione; intanto la moglie perfettina di Ray (Charlize Theron) non nasconde il suo disdegno. Non stupisce il riferimento obliquo a “Frankenstein” (Hancock, che ha perso la memoria 80 fa, aveva in tasca il biglietto di questo film): creatura rousseauiana in Mary Shelley, che si tinge di toni mélo nei film Universal, Frankenstein è il simbolo stesso del “mostro” respinto in quanto diverso. A questo punto uno pensa di essersi sintonizzato con la linea di sviluppo del film: una storia di riabilitazione sociale, magari destinata a sfociare in toni lacrimosi, sulla linea Danny Kaye/Jerry Lewis.
Invece, virata a 90 gradi, con la scoperta che anche la moglie di Ray possiede in segreto i superpoteri. Da notare qui il cambiamento di espressione di Charlize Theron, che prima era la più orrida e odiosa fra le creature femminili che si aggirano nel cinema americano, la bellezza malmostosa pacifista politically correct, e ora ha un’altra faccia e perfino un’aria più sexy. Dando la riabilitazione di Hancock come avvenuta, il film ora sembra destinato a svilupparsi come commedia fantastica del genere “dio contro dea” (lei: “Ho sopportato le tue stronzate per gli ultimi 3000 anni!”). Questa seconda parte è migliore: la scena dei due in cucina è più divertente di tutto il resto, e la tempesta che si forma alle spalle di lei quando s'incazza porta un accenno di grandezza nel film.
Ma appena accennato questo sviluppo, il film ha una nuova svolta, che dico una svolta, una derapata stridente alla “Fast and Furious”, e sposta l’avventura sul melodramma, con lui che perde i superpoteri quando le sta vicino. Il che non si connette molto bene alle premesse - ma quanto a buchi logici e incongruenze di sceneggiatura “Hancock” non scherza di certo.
Non per trasformare le cose piccole in grandi, o un filmetto modesto come “Hancock” in araldo di un mutamento culturale, ma si potrebbe riflettere su come il concetto di unità, che era sempre stato un requisito base perché fosse apprezzata un’opera, oggi sembra svalutato nella percezione del pubblico. Tanto che un racconto slegato e piuttosto sbilenco come questo ha grande successo, presumibilmente non nonostante ma anzi in ragione di tale contraddittorietà.

2 commenti:

Fulvio Romanin ha detto...

Concordo pienamente con quanto recensito: fino alla scena della cucina Hancock promette bene, ma poi non mantiene nulla. Perchè bisogna sempre spiegare PERCHE' i supereroi hanno superpoteri?

(blog linkato, peraltro: saluti dalla nuova conoscenza fatta al visionario!)

giorgioplac ha detto...

er... per consolazione dell'invidia? E' già abbastanza brutto che Superman voli e io no, che sia invulnerabile e io no, che abbia la vista a raggi X per chissà quali utilizzi lubrichi e io no... Almeno, sapere che si chiama Kal-el ed è nato su Krypton implica una superiorità genetica, e mi metto il cuore in pace.

(ricambio i saluti!)