martedì 8 gennaio 2008

Le ricamatrici

Eléonore Faucher

Il cinema, si sa, consta di un ricamo d’immagini proiettato su un fondo piatto. Già “ricamo” è una metafora: sono macchie colorate. D’altro canto il cinema ha sempre offerto mediante l’artificio fotografico l’impressione della profondità; ma anche, illusoriamente, un altro attributo del reale cui si pensa di meno: la pesantezza.
Intendo per pesantezza quell’impressione di densità, materialità, dei corpi e delle cose, che ogni cineasta raggiunge a suo modo: la pesantezza di Dreyer non è la stessa di Bresson (tanto per citare due autori che, ovviamente a livello più alto, in qualche modo “ci stanno” col notevole “Le ricamatrici”, debutto di Eléonore Faucher).
Non c’entra con questo film, ma merita annotare in margine che oggi l’immagine cinematografica - grazie all’apporto della computer graphics - da un lato è pervenuta a un incredibile arricchimento come “tableau”, dall’altro si trova a fare i conti con una nuova tendenza alla bidimensionalità (per entrambi questi aspetti vedi la magnifica battaglia spaziale che apre “Star Wars - Episodio III - La vendetta dei Sith”) - e contestualmente, trattandosi di disegno, alla leggerezza. Ma per l’appunto il discorso ci ha trascinati lontano; e prima di finire a C.S. Peirce, torniamo a Eléonore Faucher.
Passando, lungo la strada del ritorno, per un concetto ovvio: la cinematografia francese è forse quella che tra tutte più ha saputo rendere il mondo della terra e del villaggio: la Francia profonda, un’ambientazione che nel cinema francese istituisce quasi un genere, che proprio nella materialità, nella tangibilità, trova senso e forma. La carrellata bassa sulla terra che apre “Le ricamatrici” (le zolle, i cavoli verdi, il ronzio degli insetti nell’aria) ci porta in questo mondo. Ove la giovanissima Claire (Lola Naymark) è incinta, e non lo dice a nessuno; non tanto a torto, giacché il film delinea un mondo parentale tutto mediocrità e litigi. Vive da sola e medita di abortire, ma fondamentalmente rimuove il problema, e lascia sgocciolar via il tempo in una sorta di smarrimento. A cambiarle la vita è l’impiego di ricamatrice presso la signora Melikian (Ariane Ascaride), che ha appena perso un figlio. Si realizza una sorta di silenziosa adozione reciproca - ma che si tratti da ambo le parti di un rapporto madre/figlia sostitutivo, il film lo lascia intendere senza arpeggiarci sopra, con quel pudore che caratterizza tutta la narrazione.
Eléonore Faucher (anche sceneggiatrice con Gaëlle Macé) non progetta una serie di notazioni naturalistiche: amplia il discorso, modula il suo aggancio alla realtà tangibile in modo da nutrirsene ma allo stesso tempo prendere il volo. Il suo mezzo espressivo più imperioso è l’uso del dettaglio, vuoi degli oggetti, vuoi del corpo e della pelle, nella bella fotografia di Pierre Cottereau. Materializzano, questi dettagli fortissimi, grumi di realtà, tattile, concreta; ed hanno insieme un senso fotografico (quella “densità del visibile” che menzionavo sopra) e un senso esistenziale (l’immediatezza dell’esperienza).
E’ una forma alta di visione cinematografica, un cinema della risonanza del visibile (anche con momenti di fisicità crudele: l’uccisione dell’anguilla, il pesce pescato e ributtato in acqua), per il quale potremmo citare in Francia il nome di Bruno Dumont. Così perviene a un’ampiezza dello spettro esistenziale che comprende senza sforzo anche il lato onirico, in due inquietanti sogni. Nel film l’inquadratura è sempre imprevista e sorprendente. E sul piano visuale il “pattern” del ricamo, entrando nell’elegante montaggio di Joële Van Effenterre, dialoga col “pattern” della narrazione.
Il ricamo, con la sua esigenza di gusto ed eleganza ma insieme di attenzione e disciplina interiore (senza dimenticare la consapevolezza che è sempre possibile ripararlo se si strappa!), diventa una forma di moralità. E la trasparente metafora è che la vita va affrontata come il ricamo: con la stessa esigenza di comprensione e di onestà.

(Il Nuovo FVG)

Nessun commento: