domenica 29 marzo 2026

Mio fratello è un vichingo

Anders Thomas Jensen 

La freddezza, l’imbarazzo, il grottesco trattenuto sono i capisaldi dell’umorismo nordico. Se parliamo di dark comedy per il film danese-svedese Mio fratello è un vichingo di Anders Thomas Jensen, conviene intendersi: è comedy ma soprattutto è dark; si ride a denti stretti. L’aspetto comico, prevalente nella prima parte, è oggettivo più che soggettivo: è, più che uno scherzare, un contemplare, come dalla Luna, la malinconica follia della vita.
Anker (Nikolaj Lie Kaas), dopo una rapina, ha scontato 15 anni in prigione senza rivelare dov’è il bottino. Lo ha fatto seppellire dal fratello mezzo matto presso la casa fra i boschi della madre morta. Uscito di prigione, per ritrovare i milioni Anker recupera il fratello Manfred (un grande Mads Mikkelsen; da ricordare che Jensen ha l’abitudine di lavorare sempre con gli stessi attori). Il problema è che ormai Manfred è diventato un matto completo; crede di essere John Lennon, e sono guai se non lo si chiama John (grandi i suoi improvvisi tuffi dalla finestra – o fuori dall’auto). A farla breve, complice un personaggio che non sai se è uno psicologo matto o un matto psicologo (Lars Brygmann), in quella casa fra i boschi il film raduna una compagnia di personaggi eccentrici e pazzi, attorno al progetto di una delirante reunion dei Beatles. Peraltro vediamo che non è solo il tesoro ma è il passato a essere sepolto.
Il comico sorge da una sorta di impassibilità che non è mancanza di emozioni (si arrabbiano, eccome) ma assomiglia a una coltre ghiacciata che pesa sul corpo. E a tratti esplode in improvvise eruzioni di violenza – specie quando impazza un killer torturatore (Nicolas Bro), con ferite, mutilazioni, orribili deformazioni. Jensen non ha paura di shockare lo spettatore; anzi, è quello che cerca.
Il suo Le mele di Adamo (2005) era una parabola – e tiene della parabola anche il presente film: ciascuno di noi è un po’ pazzo a modo suo: una moraluccia, ma messa in scena con forza (sebbene con qualche incertezza di ritmo). E il finale a cartoni animati esprime un buffo surrealismo nichilista molto nordico invero. Possiamo definirla: una commedia stridente.

sabato 21 marzo 2026

La torta del presidente

Hasan Hadi

Modesto ma sincero, La torta del presidente di Hasan Hadi (co-produzione fra Iraq, Qatar e USA) racconta l’avventura di due bambini (e un gallo) nella confusione di una città irachena ai tempi di Saddam Hussein. I bombardamenti USA e l’embargo hanno messo in ginocchio il Paese (a parte il discorso ricorrente dei prezzi, una sequenza è ambientata in un ospedale dove non ci sono più medicinali); ma la dittatura non molla e Saddam pretende che in tutto l’Iraq si festeggi il suo compleanno con una torta. Prepotenza su prepotenza, la famiglia che deve preparare la torta per il festeggiamento della scuola viene estratta a sorte, e tocca alla poverissima Lamia, orfana, che vive con la nonna Bibi, malata di diabete, nel paesaggio (in sé nuovo e ricco di fascino) delle marshlands irachene, dove le capanne sono sull’acqua e la gente si sposta in barca.
La nonna mette in saccoccia qualche misera cosa da vendere e va con Lamia – che si porta dietro il gallo cui è affezionata – in città. In realtà, intende cedere la bambina a una famiglia amica perché non ha più i mezzi per allevarla. Alla scoperta, Lamia scappa via. Incontra il suo migliore amico, il ladruncolo Saeed, venuto in città col padre e immediatamente finito nei guai; i due girovagano per la città, ossessivamente tappezzata di immagini di Saddam, mentre Lamia si ostina nella ricerca degli ingredienti.
Questo tema della ricerca, che via via diventa multipla, è solo un filo conduttore. Come nel cinema iraniano, che è un modello evidente, il plot usa la peripezia individuale per condurci in un viaggio illustrativo nel paese, una serie di “quadri” di situazioni e svariati personaggi, buoni e cattivi ma tutti autentici, da un angelico portalettere a un macellaio pedofilo. Ove come lontana origine spunta il nostro De Sica.


(Messaggero Veneto)

sabato 14 marzo 2026

L'isola dei ricordi

Fatih Akin

La fine del nazismo attraverso lo sguardo di un ragazzino. Alla base dell’eccellente L’isola dei ricordi c’è una sostituzione: il film doveva essere diretto dall’anziano attore (molto Fassbinder), sceneggiatore e regista Hark Bohm, attingendo a un suo libro autobiografico. Per ragioni di salute Bohm, rimanendo come co-sceneggiatore, ha passato il testimone a Fatih Akin. Hark Bohm – che ci ha lasciati a novembre 2025 – compare guardando il mare alla fine del film. Faith Akin è comunemente considerato un regista massimalista, ma in questo film di tuffo nel passato raggiunge un’invidiabile discrezione psicologica ed equilibrio dei mezzi.
Nell’aprile 1945 il dodicenne Nanning vive sull’isola di Amrun, sul Mare del Nord, con la madre Hille (una nazista fanatica, pronta a denunciare i “disfattisti”), la zia e i fratellini. Hille è incinta e il padre è in guerra. Dopo il bombardamento di Amburgo che ha distrutto la loro casa, si sono trasferiti su Amrin, terra della famiglia della madre; tuttavia, sull’isola Nanning viene chiamato “continentale”. Ha un solo amico, il pratico coetaneo Hermann.
Ed ecco che la radio trasmette la notizia della morte di Hitler. In quel momento di shock inizia il parto della madre, che dà alla luce una bambina ma poi, entrata in depressione, rimane chiusa in se stessa e rifiuta di mangiare. L’unica cosa che desidererebbe come cibo è una fetta di pane bianco con burro e miele; il lavoro e i maneggi di Nanning per procurarsi questi prodotti introvabili sono la spina dorsale del film.
Molti riferimenti, a volte un po’ cervellotici, sono stati fatti rispetto al film (anche dagli autori), da De Sica a Reiner a Branagh. In verità potremmo aggiungere – ovviamente a un livello artistico inferiore, e con un’elaborazione meno drammatica – il rosselliniano Germania anno zero; e i frequenti, forti primissimi piani del ragazzino fanno tornare alla memoria gli occhi sbarrati di Oskar Matzerath nell’ingiustamente semidimenticato Il tamburo di latta di Volker Schlöndorff.
Attraverso lo sguardo di Nanning il film trasmette una meraviglia del mondo, con i distesi panorami e i bei dettagli della fauna selvatica, uccelli e insetti, ma anche un lato inquietante semi-onirico (la scoperta del cadavere sulla spiaggia, il pulcino morto dentro l’uovo d’oca, la caccia alla foca). Tutto questo si lega a una costellazione fantastica (il volume Moby Dick, il coltello da baleniere di uno zio diventato americano) e implicitamente avventurosa (l’impressionante pagina di Nanning che resiste all’assalto dell’acqua durante l’alta marea).
E a questo sguardo di scoperta si aprono le tensioni (e la storia nascosta) della famiglia, nonché la descrizione rapida ma precisa del villaggio: un universo chiuso dove perfino i tedeschi rifugiati dall’Est sono considerati estranei e respinti. Eppure proprio qui – senza romanticismo ma in modo indiretto e lieve – si trova un filo di speranza che riprende il tema sotteso del film: come Nanning si liberò dai veleni del nazismo.

sabato 7 marzo 2026

Nouvelle Vague

Richard Linklater

Nel 1907 Pablo Picasso dipinse Les Demoiselles d’Avignon, terremotando la storia della pittura. Nel 1959 Jean-Luc Godard girò Fino all’ultimo respiro, suo film d’esordio, terremotando la storia della cinematografia.
In Nouvelle Vague Richard Linklater, americano del 1960, che con l’angelica banda della Nouvelle Vague si sarebbe trovato benissimo (basta vedere il suo capolavoro Boyhood), ci racconta magnificamente la genesi e la lavorazione del film di Godard, adottandone tanto il bianco nero quanto il formato 4:3, e girando con una vecchia cinepresa Cameflex. Ovviamente il film di Linklater si gode di più se è preceduto da una visione recente dell’originale Fino all’ultimo respiro. Ne esce adesso una copia restaurata nei migliori cinema; oppure si può sempre recuperare in streaming o nelle mediateche.
Con un cast di attori eccellenti, vediamo Jean-Luc Godard (Guillaume Marbeck) girare il suo film, su una vaga sceneggiatura di Truffaut (Adrien Rouyard), con l’aiuto inestimabile dell’operatore Raoul Coutard (Matthieu Penchinat) – e lo vediamo manovrare e tormentare i suoi protagonisti, un Jean-Paul Belmondo (Aubry Dullin) complice e una Jean Seberg (Zoey Deutch) sconcertata, star hollywoodiana finita nelle grinfie di un rivoluzionario del cinema (divertenti i suoi paragoni nostalgici con Otto Preminger), che ogni due per tre vuole lasciare il film. Fra Belmondo e Seberg s’instaura sul set un’amicizia piena di sensualità, con la nota semi-comica del marito di lei che spunta sempre a rompere le scatole (tornata in America, Jean Seberg divorziò poco dopo).
Linklater ha un partito preso (termine amato dal gruppo dei Cahiers): non vuol fare il solito film storico stile museo delle cere. Così cerca di eliminare l’ineliminabile evidenza della finzione, e costruire il film quasi come un documentario recitato da attori-sosia (per inciso, in Nouvelle Vague un’idea molto simile è espressa in una battuta di Godard quando un curioso per strada chiede cosa stanno facendo: “Un documentario su Jean-Paul Belmondo e Jean Seberg che recitano in un film”). La drammaturgia naturalmente resta, ma calata in questo contesto. Ora, tutti i film storici hanno quello che si suol chiamare il name dropping, quando uno butta lì il nome di un personaggio famoso – nei film, la sua figura, magari di passaggio. Allora, Linklater giustamente dice “In for a penny, in for a pound”, e – con un delizioso lavoro sulle somiglianze – mette una didascalia col nome a tutti ma tutti i personaggi realmente esistiti, anche quelli assolutamente minori nel contesto del film.
E naturalmente non vediamo solo gli accadimenti ma vediamo la nascita di un linguaggio, il concetto di racconto secondo Godard, il suo moralismo rosselliniano, il suo nutrirsi della lezione dei maestri (“Grazie, Samuel Fuller, grazie per 40 pistole e grazie per questa scena”), la sua concezione rivoluzionaria del montaggio.
È pura Nouvelle Vague, in Nouvelle Vague, la libertà dei tempi, ovvero la scelta di dilungarsi su passaggi “laterali” rispetto all’argomento: per esempio l’incontro di Godard con Jean-Pierre Melville (Tom Novembre) mostra un’allegra sproporzione di durata rispetto all’esigenza narrativa (ricevere dei consigli).
Da notare che in alcuni passaggi, non del film-nel-film ma del film che lo contiene, Linklater riprende direttamente delle inquadrature di Fino all’ultimo respiro. Un solo esempio: la corsa in automobile lungo una strada alberata di Godard per recarsi al festival di Cannes riprende quella di Jean-Paul Belmondo nel film di Godard. Tanto più che Godard ci va con soldi rubati...
Insomma, per chi ama il cinema (e si mette sull’attenti quando sente nominare la Nouvelle Vague) il film di Linklater è pura gioia della visione. Però il recensore non può fare a meno di chiedersi: cos’è invece il film per lo spettatore che ha visto Fino all’ultimo respiro una sola volta in passato, o magari nemmeno quella?
Non vogliamo negare che per questo spettatore ipotetico va perduta buona parte dell’attrazione del film. Che cosa rimane?
Rimane un’opera vivace e divertente, su un regista esordiente che sembra un pazzo, capace di interrompere la lavorazione dopo due sole ore, o per un giorno, in attesa che gli vengano idee, con disperazione e rabbia del produttore Georges de Beauregard (Bruno Dreyfürst) che paga (le faceva anche Chaplin, queste sospensioni, ma coi soldi suoi). Un impunito, direbbero a Roma, che seppellisce l’attonita Jean Seberg sotto una valanga di memorabili motti apodittici (questa sarà una caratteristica che Godard manterrà per tutta la vita). Una figura affascinante. Anche simpatica? Forse no (che Godard fosse simpatico, l’hanno detto in pochi). Ma un genio.
Se è sempre avvincente gettare uno sguardo dentro la lavorazione di un film, figuriamoci dentro la lavorazione di un anti-film che fa saltare in aria il cinema precedente per crearne uno nuovo.